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LA CORAGGIOSA FOLLIA DI UN FOTO-POETA

IL FIUME SACRO AI DESTINI” di Alberto Virgilio Tantaro, Edizioni Centro Grafico Srl Foggia, 2011

 

Il sottotitolo”Percorso poetico fotografico dalle sorgenti alla foce del fiume !cid_A10B9CF9-EC1D-4672-A297-06F35E8ABEE4@HomeTevere” riassume e anticipa compiutamente il contenuto e lo spirito del libro, il cui autore, !cid_3FDE0B30-68F9-4430-8580-C6C4181EA1FF@HomeAlberto Virgilio Tantaro, è un ex collega dell’Acea.

Perché - come scrive Tantaro (a destra) nella prefazione - si  tratta di un’opera che descrive, con “l’ausilio di una macchina fotografica e di poesie”, tutto il percorso del Tevere, dalle sorgenti sul Monte Fumaiolo in Emilia Romagna sino alla foce nel mar Tirreno, ad Ostia.

Un percorso di 405 chilometri attraverso quattro regioni (Emilia Romagna, Toscana, Umbria e tevere 1Lazio) che fa di quello che un tempo era il biondo Tevere il terzo fiume italiano per lunghezza.

Un’opera originale, probabilmente unica nel suo genere, nella quale splendide foto di natura ancora incontaminata, di suggestivi tratti d’acqua e di artistici scorci urbani (tutte scattate dal nostro ex collega) si accompagnano a brani poetici e testi letterari opportunamente scelti in quanto richiamano o si ispirano al fiume che, per decine e decine di secoli, fu la principale via di comunicazione di Roma (dai tempi del mitico fondatore Romolo sino a quelli dei Papa Re), contribuendo in maniera forse determinante allo sviluppo di quella che tradizione e storia chiamano la Città Eterna.

Dei tanti poeti e scrittori proposti ne “Il fiume sacro ai destini” citiamo Ovidio, Virgilio, Jacopone Amintore Fanfani (1983).jpgda Todi, Dante, Goethe, Belli, Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Pirandello, Ungaretti, Pasolini e Amintore Fanfani (accanto), più volte  Presidente del Consiglio dei Ministri, di cui si può leggere una pagina tratta da Una Pieve in Italia alla quale l’ex leader della Democrazia Cristiana e Presidente del Senato affida un curioso ricordo di un paese tosco-romagnolo posto sulla “breve penisola formata dal confluire dell’Anscione col Tevere”.

Molte delle poesie che accompagnano e integrano le immagini fotografiche sono di Tantaro, a dimostrazione della sua fervida versatilità artistica. Versatilità che, insieme con quella che lui stesso definisce follia, gli ha permesso di dare vita ad un fotolibro di cui il Tevere è indiscusso protagonista in tutti i suoi aspetti, paesaggistici storici e culturali.

Non sappiamo quanto tempo ha impiegato a realizzare il volume, ma siamo pienamente consapevoli del “coraggio, la spericolatezza e la temerarietà” che gli sono occorsi per fotografare il fiume “in tutto il suo percorso, affrontando lunghe e faticose escursioni”, durante le quali lo ha contemplato, meditato e amato. Sì, amato, perché è questo il sentimento che l’autore prova e comunica attraverso le immagini e le parole.

Il prezzo di copertina del libro (ben 157 pagine di foto e testi) è di 15 euro, ma i Soci lo possono acquistare a 12 euro chiamando direttamente Tantaro al 320/0572931. Ne vale la pena.

 

COSA C’E’ PIU’ BELLO DI QUESTO!

Quando siete felici, fateci caso” di Kurt Vonnegut, Minimum fax, 2015

vonnegut 

Kurt Vonnegut Jr. (Indianapolis, 11 novembre 1922 - New York, 10 aprile 2007, nella foto a fianco) è uno scrittore e saggista statunitense difficilmente catalogabile in un preciso settore della letteratura.

Dopo le prime opere di genere fantascientifico, tra le quali Piano meccanico e  Le sirene di Titano, la sua produzione si è distinta per un singolare mix di fantasia, satira politica, sociale e di costume, humor nero e soprattutto rispetto qunado siete felicidei valori umani. Tra i romanzi più celebri, acclamati sia dal pubblico sia dalla critica, Mattatoio n. 5 del 1969, Dio la benedica, Mr Rosewater (1965), La colazione dei campioni (1973) e Hocus Pocus (1990).

Quando siete felici, fateci caso” è una raccolta di 9 discorsi, curata  dal suo amico d’infanzia Dan Wakefield, che Vonnegut tenne a neolaureati di università americane tra il 1978 e il 2004.

laureatiQuesti discorsi, non in uso da noi, vengono chiamati commencement speech (a destra) e di solito sono affidati a personalità di rilievo della cultura, della politica o  della letteratura. Quelli di Vonnegut sono una piccola antologia del non sense, della irriverenza, della sua vocazione anticonformistica, del suo spirito caustico e del suo genio artistico, tutti elementi che lo annoverano senza ombra di dubbio tra i grandi della letteratura del Novecento.

Come scrive Wakefield nella prefazione alla raccolta, Vonnegut “…non si rivolgeva mai ai suoi twainlettori dall’alto in basso, né cercava di sminuirli con la sua saggezza. Era giocoso e profondo al tempo stesso, e con quello stesso stile e spirito parlava agli studenti appena laureati”.

Per le sue battute fulminanti e per la sua prosa (e oratoria) semplice e diretta, Vonnegut ricorda Mark Twain (a sinistra), di cui si dichiarava grande ammiratore.

Ecco alcuni esempi irresistibili: “Forse avrete letto il romanzo Le guide del uraniatramonto di Arthur C. C. Clarke, uno dei pochi capolavori della fantascienza. Tutti gli altri li ho scritti io”; “E immagino che tutti voi desideriate, fra le altre cose, fare soldi e trovare il vero amore. Ve lo dico io come fare soldi: lavorate molto sodo. Ve lo dico io come trovare l’amore: vestite bene e sorridete sempre. Imparate le parole di tutte le canzoni appena uscite. Che altri consigli posso darvi? Mangiate tanta crusca in modo che la vostra dieta abbia il necessario apporto di fibre. L’unico consiglio che mio padre mi abbia mai dato è stato questo: «Non ti ficcare niente nelle orecchie». Dentro le orecchie ci sono le ossa più piccole di tutto il corpo umano, lo sapete?, e anche il senso dell’equilibrio. Se vi maltrattate le orecchie, rischiate di cadere per terra in continuazione. Quindi lasciatele in pace. Stanno benissimo così come sono. Non ammazzate nessuno - anche se nello stato di New York non è in vigore la pena di morte. In pratica, questo è quanto”.

Nel 1999, rivolgendosi alle neolaureate di un college della Georgia, seppe dire: “Molte di voi stanno preparandosi a entrare in campi che esercitano scarsa attrattiva sulle persone avide di denaro, come la pedagogia e la cura del prossimo. L’insegnamento, se posso dirlo, è la professione più nobile di tutte in una democrazia”, per poi aggiungere: “Alcune di voi diventeranno madri. Non ve lo raccomando, ma sono cose che capitano: se dovesse capitare a voi, consolatevi con queste parole del poeta William Ross Wallace: «La mano che dondola la culla governa il mondo»”.

In più di un discorso Vonnegut (in basso a desta) sottolineò che il grande male che sconvolge il mondo è la solitudine e lui la combatté mettendo al mondo tre figli, adottandone un quarto e crescendone altri tre, nati dalla sorella prematuramente defunta.

Ai giovani neolaureati lo scrittore amava sempre ricordare la figura dello zio Alex che, mentre beveva una limonata fresca sotto l’ombra di un melo, era solito interrompere qualsiasi cosa stessero dicendo o facendo lui e il nipote con questa osservazione: “Cosa c’è di più bello di questo?”. Un invito a rendersi conto delle cose che vanno bene, che possono essere anche non di grande importanza o di grande successo, ma semplicemente “sentire il profumo di una panetteria, o andare a pesca, o sentire la musica che esce da una sala da concerti standosene fuori al buio, oppure, oserei dire, l’attimo dopo un bacio”.

vonnegut bisL’ultimo discorso della raccolta, datato 1996 ma ancora di grande attualità, si chiude con questa raccomandazione: “C’è un sacco di pulizia da fare. C’è un sacco di ricostruzione da fare, sia a livello spirituale che materiale. E, ripeto, ci sarà anche un sacco di felicità. Mi raccomando, rendetevene conto!”.

Insomma, un libro, quello pubblicato da Minimim fax, da leggere e far leggere, soprattutto ai giovani, ai quali lo scrittore-oratore soleva dire: “Quanti di voi hanno avuto un insegnante, in qualunque grado di istruzione, che vi ha resi più entusiasti di essere al mondo di quanto credevate essere possibile fino a quel momento? Alzate le mani per favore. Adesso abbassatele e dite il nome di quell’insegnante a un vostro vicino e spiegategli che cosa ha fatto per voi. Ci siamo? Cosa c’è di più bello di questo?”.

 

 I PERCHE’ DEI PERCHE’ DEI BAMBINI

La luna è fatta di giallo” di Ludovica Muntoni, New Press Edizioni, 2014

 

LaLuna  copertinaI bambini si siedono in cerchio e Edoardo chiede: “Perché i maschi dei canguri non ce l'hanno la tasca?”.

La risposta la dà Giacomo: “Perché soltanto le femmine, pure quelle umane, di tutte le razze, conigli e via, fanno nascere i bambini”.

Ancora Edoardo: “Come quando una mamma mostra che gli stiamo dentro la pancia”.

In questo nuovo libro (il terzo) di Ludovica Muntoni ci sono le considerazioni di una maestra che comincia a riflettere sulla possibilità che, dietro le domande dei bambini, dietro i loro perché, ci sia un percorso di pensiero che a un certo punto si interrompe. Sente allora la necessità di approfondire una ricerca sul pensiero infantile creando nella classe uno spazio di luogo e di tempo in cui i bambini, seduti con lei in cerchio, ragionano, riflettono e avanzano  scambiano ipotesi e opinioni, senza soggezione o timidezza.

È uno spazio fisico ed ideale, quel cerchio, in cui bambini di tre, quattro e cinque anni ascoltano la lettura di fiabe, cominciano ad appropriarsi di un linguaggio ricco e a scambiarsi pareri. Se un bambino fa una domanda, la maestra la rivolge a tutto il gruppo, oppure è lei stessa a fare le domande e i bambini si mettono a discutere. La maestra, quindi, non dà risposte, ma aspetta che queste in varia forma vengano dai bambini.

 

Maestra: Il rumore del tuono da dove viene?”.

Antonio Ge.: “Da un Dio malefico che cià un cavallo di nuvole e poi dopo tira con le mani delle cose che non si vedono e che sono i tuoni”.

Antonio Gi.: “Antonio, ma tu dicevi Giove?”.

Antonio Ge.: “Sì, me l’ha detto mio padre”.    

 

20140604_5 165022È così che nei tanti anni di insegnamento della Muntoni (35, anno più anno meno) i suoi piccoli allievi hanno parlato di mille cose (dagli avvenimenti del giorno ai sentimenti ai fenomeni naturali o atmosferici), hanno esposto e discusso le loro conoscenze e le loro ipotesi sulle religioni, sulla psicologia dei personaggi delle favole e cosi via.

Spesso con queste conversazioni, in particolare quelle sul Natale e sulla Pasqua, sono stati  composti dei libriccini che i bambini stessi illustravano e che, replicati in tante copie, diventavano un regalo per le famiglie.

Ne La luna è fatta di giallo sono raccolte proprio le conversazioni sulla scienza e sulla religione che i diversi gruppi di bambini hanno ripetuto negli anni. Ripetuto sempre apportando qualcosa di nuovo in base alle loro esperienze e alle loro riflessioni sull'evento trattato. Per esempio, non sono mai uguali le conversazioni sul corpo umano o sulla luna e il sole come pure diverso è il modo di raccontare la nascita di Gesù o la Pasqua.

Ecco due di questi brevi racconti sul Natale e sulla Pasqua, ingenui certamente, ma che testimoniano vivacità di ragionamento e già un certo bagaglio di conoscenze.

 

Maestra: Parliamo del presepio, cosa è il presepio?”.

Filippo: “Secondo me è una cosa di Natale che poi è una cosa di tanti personaggi, di tante cose e poi è bello per il Natale”.

Valerio E.: “Poi anche per i regali”.

Tommaso: “Non è vero, i regali li porta soltanto Babbo Natale perché lui ha il diritto di portarli”.

Valerio E.: “Poi perché devono fare contenti i bambini”.

Stefano: “Il presepio è quando vengono Babbo Natale e la Befana, perché pure la Befana porta i regali”.

Tommaso: “Però la Befana viene quando è finito Natale, se no che viene insieme a Babbo Natale?”. 

Luca C.: “Non ci viene quando è finito Natala la Befana, ma il 6 gennaio”.

Luca S.: “La Befana viene con la scopa”.

Tommaso: “Certo che Babbo Natale va più veloce, perché cià sei renne che tirano la slitta e può volare”.

 

20140604_165420Maestra: Perché resuscita Gesù?”.

Costanza: “Perché Dio, come l’ha visto un bravo signore, allora l’ha fatto rinascere”.

Sebastiano: “Non è vero quello che ha detto Costanza, perché Gesù non è morto naturalmente,

ma c’è un angelo che fa vivere tutti gli angeli che sono morti”.

Costanza: “Gli angeli sono sempre vivi”.

Fabrizio: “Perché forse Gesù è rinato e vuole di nuovo la sua vita”.

Costanza: “Però mica i signori possono risorgere con un desiderio; Dio lo vede che è buono signore e lo fa risorgere”.

 

Da tutte le conversazioni pubblicate nel libro emergono la  capacità dei bambini di confrontarsi, di ascoltarsi, di esprimere l'accordo o il disaccordo e anche la loro competenza linguistica e logica. Che possono sorprendere chi con essi ha poca dimestichezza, ma non chi - come genitori e insegnanti - partecipa in prima persona alla loro crescita.

 

GINO BARTALI, UN GRANDE DEL NOVECENTO

(NON SOLO PER MERITI SPORTIVI)

 Un cuore in fuga” di Oliviero Beha - Piemme Voci, 2014

 

un cuore in fuga836 corse, di cui 808 portate a termine,126 vittorie tra le quali: 3 Giri d’Italia con 17 tappe, due Tour de France con 12 tappe e due Giri di Svizzera con 6 tappe, un Tour de Romandie, un Giro dei Paesi Baschi, 4 Campionati italiani su strada (l’ultima maglia tricolore conquistata a 38 anni), 4 Milano-San Remo, 3 Giri di Lombardia, sette titoli di migliore scalatore del Giro d’Italia, dove su 43 montagne le sue due ruote sono passate davanti a quelle di tutti gli altri corridori.

Questi i numeri più rilevanti della leggendaria e lunghissima carriera professionistica di Gino Bartali (Ponte a Ema 1914 - Firenze 2000), durata dal 1935 al 1954. E il suo palmares sarebbe stato ben più ricco se la guerra non lo avesse fermato quando era nel pieno del vigore atletico e se poi, finito il secondo conflitto mondiale, sulle strade d’Italia e d‘Europa non avesse dovuto confrontarsi con Fausto Coppi (qui sotto), il più forte ciclista di tutti i tempi insieme al belga Eddy Merckx.

Della rivalità tra Gino il pio (notoria era infatti la sua fervente fede coppireligiosa) e Fausto il comunista (entrambi, però, votavano Democrazia Cristiana) si sono scritte pagine e pagine di giornali e libri e l’Italia era divisa tra bartaliani e coppisti. Se in corsa i due assi se le davano di santa ragione oppure si sorvegliavano così attentamente da preferire di arrivare in gruppo ben lontani dai primi piuttosto che vedere l’altro vincitore, nella vita di tutti i giorni erano amici: quando Fausto perse il fratello Serse, ciclista come lui e morto per una caduta durante una corsa in linea (la Milano-Torino), e quando fu condannato dall’opinione pubblica bacchettona di allora per aver lasciato moglie e figlia per una donna sposata, la dama bianca, fu proprio all’eterno rivale Gino che si rivolse, sicuro di trovare nel burbero toscanaccio comprensione e conforto.

Memorabile, tra le tante vittorie di Bartali, il secondo successo al Tour de France riportato a 10 anni di distanza dal primo (foto a destra), performance sinora mai ripetuta da nessun altro corridore. bartaliTrentaquattrenne, considerato ormai sul viale del tramonto e distanziato di oltre 20 minuti dalla maglia gialla Louison Bobet, l’astro nascente del ciclismo francese (agli inizi degli anni Cinquanta avrebbe poi vinto tre Tour di seguito), Ginettaccio, detto anche l’uomo di ferro per la sua eccezionale resistenza alla fatica, seppe inanellare una serie di tre vittorie consecutive facendo suoi tutti i tapponi alpini e concludendo la corsa a Parigi con più di 26 minuti di vantaggio sul secondo in classifica, il belga Briek Schotte, e un bottino personale di 7 tappe e il titolo di miglior scalatore.

Era il luglio del 1948 e l’Italia era tutta una polveriera pronta ad esplodere per l’attentato al leader del Partito Comunista, Palmiro Togliatti: si disse che quelle vittorie straordinarie ed insperate di Bartali fossero riuscite a stemperare il clima di tensione che gravava sul Paese. Fu lo stesso Presidente del Consiglio, il democristiano Alcide De Gasperi, a telefonare al campione per chiedergli di vincere in Francia e Gino ubbidì. Come premio, al ritorno in Patria,  chiese di non pagare più le tasse, premio ovviamente non concessogli.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/1/14/Oliviero_beha.JPG/220px-Oliviero_beha.JPGMa non delle imprese sportive del ciclista toscano (o meglio, non soltanto) parla lo scrittore, saggista, giornalista e conduttore radiotelevisivo Oliviero Beha (1949, a sinistra), fiorentino anche lui, nel suo bel libro “Un cuore in fuga”, bensì di quello che Bartali seppe fare durante la guerra per aiutare ebrei e soldati alleati.

Già prima del conflitto mondiale il campione era popolarissimo e amato dalla gente, ma sin dagli inizi della sua attività sportiva i suoi successi erano sistematicamente minimizzati dalla stampa per ordine del regime, al quale era inviso. Motivo: quando saliva sul podio, Gino mai dedicava la vittoria al Duce ma sempre a Santa Teresa di Lisieux di cui era devotissimo o alla Vergine Maria, mercé l’aiuto delle quali diceva che era riuscito a vincere, e mai tendeva il braccio nel saluto fascista. Inoltre, quando indossava gli abiti civili, all’occhiello della giacca spiccava il distintivo dell’Azione Cattolica e non quello del Partito Nazionale Fascista. Nel 1938, quando fu ricevuto a Palazzo Venezia per aver vinto alla grande il suo primo Tour de France, si presentò al cospetto di Mussolini senza la camicia nera d’ordinanza. Una trasgressione gravissima e pericolosa.

Durante la guerra, nel 1943, Gino, che già da tempo ospitava di nascosto in una sua casa di Firenze una famiglia di ebrei, ebbe il coraggio di accettare la proposta del cardinale Della Costa bicidi portare da una città all’altra i documenti per salvare proprio gli ebrei (in quei tristi anni erano in vigore le ignobili leggi razziali e ad applicarle, oltre ai fascisti, c’erano i nazisti), nascondendoli nel telaio della bici. Bartali, infatti, aveva una certa libertà di movimenti perché, pur facendo parte della Milizia, aveva il permesso di potersi allenare sulle strade del centro Italia.

Gino divenne così una sorta di staffetta o postino al servizio della rete clandestina Dalasem. Corse rischi gravissimi con la consapevolezza di correrli. A causa di una compromettente lettera del Vaticano fu arrestato, interrogato e minacciato di fucilazione dal capomanipolo di squadracce fasciste, il maggiore Mario Carità (al centro nella foto qui sotto), http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/b/be/Mario_Carit%C3%A0.jpg/220px-Mario_Carit%C3%A0.jpgsoprannominato per la sua ferocia l’Himmler italiano (e di ciò si vantava), e poi la stessa minaccia gli fu fatta da un gruppo di partigiani che lo accusò di collaborazionismo, ma in entrambi i casi a salvarlo fu proprio la sua popolare fama di campione sportivo.

Per un paio di anni pedalò per migliaia di chilometri portando foto e carte che, se fossero state trovate dai nazifascisti, gli sarebbero costati immediatamente la vita. Un giorno, indossando la divisa della Milizia, riuscì addirittura a portare in salvo, sotto gli occhi dei fascisti e dei tedeschi, un nutrito gruppo di soldati inglesi asserragliati in una villa.

Finita la guerra, Bartali riprese a correre e a vincere (fece suo il Giro d’Italia del 1946, il primo dopo gli eventi bellici, precedendo Coppi, già chiamato il Campionissimo e nuovo recordman dell’ora su pista) e tacque sempre su quello che aveva fatto nel tragico biennio 1943-1944. Un silenzio sorprendente, se si pensa che il toscano aveva la lingua sciolta e pronta e non mancava mai di dire la sua, arrivando a giustificare le ripetute sconfitte inflittegli dal grande e più giovane Coppi con mille motivazioni: “Ho forato tre gomme, mi è saltata la catena nel momento cruciale, il cambio non funzionava…”. untitledDi lui è rimasto famoso il tormentone: “Gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare…”.

Quando era già anziano, proprio da Israele giunsero le testimonianze di ciò che aveva fatto per salvare ben 800 ebrei. Al figlio Andrea che gli chiese perché aveva taciuto gesta così eroiche, Gino (a sinistra) rispose: “Sono giustocose che si fanno e non si dicono”.

Lo scorso settembre Bartali, di cui a luglio del 2014 è ricorso il centenario della nascita, è stato dichiarato “Giusto fra le nazioni” (foto a destra)  dall’istituzione israeliana preposta alla memoria della Shoah.

A ragion veduta, quindi, nel suo libro, scritto con stile scorrevole e con sincera ammirazione per il campione e soprattutto per l’uomo, Oliviero Beha considera Gino Bartali uno dei grandi del Novecento (non solo e non tanto per meriti sportivi).

 

 

UN LIBRO DI DENUNCIA MA ANCHE DI SOSTEGNO PER LE TANTE DONNE CHE SUBISCONO ATTI DI  VIOLENZA NELLE MURA DOMESTICHE

La moglie magica” di  Sveva Casati Modignani - Editore Sperling & Kupfer, 2014.

 

 Case di pietra addossate le une alle altre, con finestrelle piccole e http://www.sperling.it/images/sperling_it/a_614/614978882005HIG_10_227X349_exact.JPGbalconi di legno cui venivano appese pannocchie, mazzi di lavanda e erbe aromatiche a essiccare… Era questo  Rovatino di Sopra  dove nulla era cambiato dal Medioevo”.  Un piccolo borgo di montagna  sul  l ago di Como, dove la vita dei pochi abitanti scorre tranquilla. Qui  vive la famiglia Bombonati, padre, madre e due figlie da maritare, Pina la maggiore e Mariangela che, fin dalla sua prima infanzia, viene chiamata Magìa, proprio perché lei, da piccola, non sapendo pronunciare il suo nome per intero, a chi le chiedeva come si chiamasse, rispondeva Magìa.

Magìa è una ragazza bellissima e piena di salute, “grandi occhi celesti e un sorriso schietto che le illumina il viso”; è fidanzata con Luigi, ragazzo assai modesto, che non le dà nessun tipo di emozione… ma il fidanzamento è gradito alle rispettive famiglie e tutto sommato lei è felice così. La sua vita va avanti senza sorprese fino a quando il “bel  tenebroso” dagli occhi di seta, Paolo Pinazzi, capitato lì per caso,  le fa scoprire un altro mondo, assai diverso dal suo.

Magìa comincia a frequentare Paolo, innamoratissimo di lei fin dal primo istante, ma i suoi familiari non credono in quell’unione di persone tanto diverse: lui ricco abbastanza da poter ostentare ovunque e comunque i suoi averi, lei invece - povera ragazza di campagna - possiede solo la sua bellezza. Ma l’opposizione dei suoi non serve a far riflettere Magìa sulla vita cui potrebbe andare incontro sposando il bel Paolo.

Dopo le nozze i due giovani vanno ad abitare a Milano, in un grande appartamento posto al terzo piano di una elegante palazzina stile Liberty in via Eustachi. Dal matrimonio nascono due bimbi, Sara e Luca.

Per 14 anni, apparentemente, conducono una vita brillante, vacanze esclusive, abiti eleganti,  gioielli magnifici… ma  la vita di Magìa cambia, in peggio; si spegne lentamente la sua allegria, si spengono i suoi occhi splendidi, si spegne ogni suo entusiasmo; le giornate serene al borgo natio restano solo lontani ricordi, sempre più sfocati.

Le sofferenze della protagonista crescono ogni giorno di più. Il marito si rivela da subito un uomo malato, la sottopone ad ogni genere di umiliazione psicologica, è geloso di lei, vuole essere il regista di ogni azione della sua vita, la isola dal resto del mondo; deve essere solo sua e non le permette nessuna libertà, è geloso perfino delle attenzioni che lei ha per i figli, per i quali è un padre ossessivo e possessivo: i due bambini provano per lui più timore che affetto.

Paolo impedisce a Magìa  di tornare a Rovatino e rivedere la famiglia di origine che, certamente, non è all’altezza del suo stato sociale: lui proprietario di tre calzolerie di lusso al centro di  Milano, mentre il papà di Magìa ha solo una modestissima carrozzeria in un borgo semi-deserto. Tutte le feste si devono trascorrere con la famiglia di Paolo: la madre, vedova, alla ricerca dell’eterna giovinezza, e la sorella Sabrina sposata con Gaetano, che ostentano spudoratamente  monili d’oro al limite del buon gusto.

Magìa non reagisce, subisce in silenzio, ha paura di quell’uomo che aveva creduto il  grande amore ed invece è ora il suo aguzzino; lei non sa difendersi, non è in grado di venirne fuori; deve proteggere i suoi amatissimi figli da quel padre-padrone… l’appartamento di via Eustachi è diventato una gabbia dorata.

Quando, un giorno di primavera, Magìa sta per  andare dal parrucchiere, si veste e si trucca, ma Paolo, accecato dalla gelosia, la blocca e tenta di strangolarla; lei si accascia inerme e non tenta neanche di svincolarsi da quella presa d’acciaio: “un modo come un altro per liberarla dalla schiavitù che stava diventando intollerabile”. Paolo si ferma appena in tempo per non ucciderla e quando si rende conto di quello che stava per fare, scoppia in un pianto disperato implorando il perdono e giurando che mai più avrebbe alzato la voce o le mani su di lei.

Magìa sfugge terrorizzata alla furia  dell’uomo e cerca asilo momentaneo da una vicina di casa;  lì scrive una accorata lettera al marito: “tu sei malato nell’anima e io non posso guarirti. Se hai un briciolo di pietà lasciaci andare lontano dalla tua gelosia e dal tuo bisogno irragionevole di possesso”, ma la lettera non arriverà mai al destinatario perché “in cuor suo sa che neppure la fiamma ossidrica potrebbe spezzare le sue catene. Non lo odia, perché è un uomo malato, ma ne ha  paura,  è chiaro ormai che è un uomo pericoloso”.

La situazione degenera in altri episodi di violenza. Magìa tenta il suicidio: viene salvata in extremis dalla fedele collaboratrice domestica che da tanti anni è al corrente di quello che succede in quella casa.

Da quella tragica esperienza la donna  ne esce fortificata  e consapevole ormai che il bisogno di liberarsi di lui è cresciuto e si risveglia finalmente dal suo stato di sudditanza.

L’ultimo capitolo del libro, il XX, si svolge a Rovatino di Sopra e ci offre una donna  serena, insieme ai suoi figli, ai suoi genitori, alla sorella, ai nipoti e a tutti quelli che le hanno sempre voluto bene, in un’atmosfera natalizia sfavillante di luci e di preghiere rivolte al Signore.

 E Paolo Pinazzi che fine ha fatto?

Sveva Casati Modignani (qui sotto)  è una delle autrici più amate della narrativa casaticontemporanea; i suoi libri, tradotti in 17 Paesi, hanno venduto 10.000.000 di copie. La scrittrice affronta in questo romanzo il doloroso e purtroppo sempre attuale tema della violenza sulle donne, quella perpetrata all’interno delle mura domestiche: lo fa con la delicatezza che la contraddistingue in tutte le sue opere.

La Moglie Magica è un romanzo breve, ma profondo ed intenso, in cui la Modignani sviscera ogni minuzioso particolare della violenza psichica e fisica patita dalla protagonista; Paolo confonde l’amore con il possesso e Mariangela, nonostante le terribili sofferenze, riesce a conservare in un angolo del cuore quella magia che la salverà, restituendole la vita troppo presto interrotta dal marito-padrone.

E’ un libro di denuncia, ma è anche un libro di sostegno e di incoraggiamento per tutte le donne  che vivono un’esperienza traumatica e dolorosa come quella narrata nelle pagine di questa storia.

 

SETTECENTO DEFINIZIONI DI PAROLE PROPOSTE DAI BAMBINI

DI UNA CLASSE ROMANA DELLA SCUOLA DELL’INFANZIA

A-Z Il primo dizionario” di Ludovica Muntoni, Edizioni New Press

 

Una maestra di scuola dell’infanzia e 25 bambini dai tre ai sei anni. Un lavoro che è durato un anno e ha preso spunto da un elenco di parole che i bambini avevano cominciato a fare giocando a “E’ arrivato un bastimento carico di…ESSE: straniero, sapone, scarpe, serpente, scuola”.

Che vuol dire straniero?” chiede la maestra. “E’ uno un po’ strano che non vive da nessuna parte” risponde un bambino. “E sapone, e scarpe?”

Così piano piano, settimana dopo settimana, lettera per lettera, i bambini compilano un elenco di circa settecento parole di cui danno la definizione. Sempre più chiaro, andando avanti con il lavoro, si delinea l’obiettivo della maestra: costruire un dizionario, uno di quelli veri anche con i disegni. E’ così che, dopo aver dato tutte le definizioni delle parole elencate, i bambini, su foglietti piccoli con un rapidograf nero, fanno anche i disegni di ciascuna di esse. Mentre loro disegnano, la maestra batte a macchina le parole con le definizioni lasciando lo spazio per i disegni.

Quando tutti hanno finito, si incollano i disegni sulle pagine accanto alle parole e di ogni pagina la maestra fa 25 fotocopie. Così, alla fine dell’anno, ogni bambino avrà il suo libro-dizionario da portare a casa, un fascicolo di ben settanta pagine.

Dalle definizioni che i bambini danno traspare la loro capacità di osservazione e di riflessione, emerge il loro punto di vista e la loro esperienza sulla vita degli adulti in relazione a loro. Ecco, ad esempio, come definiscono il termine Alleati: “E’ che i soldati prima si fanno la guerra e dopo, mentre sono sempre cattivi, diventano buoni perché diventano amici e chiedono scusa.

Oppure Inganno: Quando uno dice: vieni che c’è l’acqua bassa e invece poi sprofonda perché c’è l’acqua altissima.

E poi c’è la conoscenza del corpo umano che via via condividono, facendo sì che la conoscenza di uno diventi patrimonio di tutto il gruppo (Faccia: “E’ rotonda. E’ una parte del corpo attaccata alla pancia, attaccata al collo”), oppure la capacità di riuscire a dare la definizione  (non facile) della proposizione affermativa Sì: “E’ una parola che dicono gli esseri umani per dire che vogliono la minestra.

Un lavoro, questo libro, risultato di una pratica quotidiana che prevede ascolto da parte della maestra e dei bambini fra loro, un lavoro che dimostra che, se si ha fiducia nelle loro capacità, i bambini  sanno affrontare qualsiasi difficoltà.

L’autrice, Ludovica Muntoni, è stata insegnante di Scuola dell’infanzia nel Comune di Roma. Dal 1973 fa parte del Movimento di Cooperazione Educativa, dal 2000 lavora nella redazione della rivista C.E. e nel 2005 ha pubblicato I bambini pensano difficile per Carocci Faber.

 

INSEGNARE MUSICA AI BAMBINI DANDO LORO LO SPAZIO,

L’ASCOLTO E LA FIDUCIA DI CUI HANNO BISOGNO

Abbasso il pentagramma” di Clarissa Romani, Edizioni New Press

 

L’insegnamento della musica nelle scuole elementari è perlopiù affidato ad insegnanti esterni anche se è materia curricolare.

Autrice di questo libro che abbiamo letto per i fruitori del nostro sito è Clarissa Romani, formatasi presso l’Accademia Filarmonica Romana e diplomatasi  in didattica della musica e dello strumento e in direzione di coro presso il  C.E.M.B. (Centro Educazione Musicale di Base, metodo Giordano Binachi) di Milano. Insegna da più di dieci anni Propedeutica della musica nelle scuole primarie di Milano ed è iscritta al Movimento di Cooperazione Educativa, di cui è stata segretaria nazionale dal 2011 al 2013.

Romani, in base alla propria formazione e alle proprie esperienze e competenze, propone un insegnamento della musica fatto di giochi e apprendimenti graduali, partendo dal presupposto che i bambini sono in grado di creare e inventare  cooperando fra loro e con gli insegnanti, soltanto se si dia loro lo spazio, l’ascolto e la fiducia di cui hanno bisogno.

Abbasso il pentagramma è il racconto dell’esperienza maturata da questa insegnante nelle scuole primarie milanesi, un’avventura in cui proprio il pentagramma è un punto di arrivo al quale l’autrice perviene dopo essere partita dalle competenze dei bambini e averle messe in comune, dopo aver proposto giochi per il tempo e il ritmo, dopo aver fatto scoprire cosa è una pausa e cosa è una battuta, utilizzando all’inizio la trasposizione numerica delle note (do/1, re/2, mi/3, fa/4, sol/5, la/6, si/7), dopo aver dato ai piccoli allievi la possibilità di inventare melodie su un testo scritto, dopo aver consentito loro di cantare insieme la polifonia, dopo aver affrontato la messa in scena di uno spettacolo musicale anche con musiche scritte dai bambini.

Leggendo questo libro ci si rende conto che Clarissa Romani, oltre a raccontare in maniera appassionata dieci anni della propria vita professionale, offre ai maestri un insieme di suggerimenti, un’occasione per rimettersi ad imparare insieme ai bambini quello che già sanno, accogliendo e magari rielaborando le proposte per concedere agli alunni la possibilità di vivere la musica in modo creativo e divertente.

 

DOPO ANNI DI INCOMPRENSIONE DUE FRATELLI RIAVVICINATI

DA UN INCONFESSABILE SEGRETO DI FAMIGLIA

La strada verso casa” di Fabio Volo, Arnoldo Mondadori  Editore, ottobre 2013

 

http://www.ilfont.it/wp-content/uploads/2014/05/libro-Volo.jpgC’è sempre una filosofia per la mancanza di coraggio” - Albert  Camus: è la prima cosa che l ’autore ha voluto scrivere sulla pagina di copertina di questa sua opera.

Anni 80 dello scorso secolo. Marco vive la sua adolescenza come tanti coetanei: si nutre di musica e di spensieratezza, offrendo ben poco di sé agli amici e soprattutto alla famiglia. Suo fratello Andrea, più grande di tre anni, è esattamente l’opposto: studioso ed assennato, già in grado di progettare il suo futuro.

L’equilibrio della famiglia si spezza quando la mamma Lucia (Luce per suo marito) si spegne lentamente a causa di una lunga malattia degenerativa. Sarà un periodo doloroso in cui Marco, Andrea ed il loro papà Luigi rimarranno sospesi in una vita che pure deve andare avanti, ma nella quale non si identificano più: quella morte prematura segnerà per sempre le loro esistenze e nulla potrà essere come prima.

Negli anni successivi Andrea tenta di vegliare sul fratello, come aveva promesso alla mamma morente, ma il compito si rivelerà ben difficile perché Marco rifiuta ogni consiglio, ogni esempio, ogni rimprovero; non vuole regole, non vuole responsabilità, non vuole fare scelte perché ogni scelta escluderebbe qualcosa. L’incomprensione dividerà i due fratelli per molto tempo.  Anche il loro papà non vivrà più serenamente e porterà dentro di sé, silenziosamente, dignitosamente,  il dolore insuperabile per la morte della sua amatissima Luce e trascinerà la sua vita come se non fosse più presente in quella stessa casa dove era stato felice: sarà solo un’ombra di se stesso.

Il tempo passa. Andrea si laurea in ingegneria e inizia a lavorare; come aveva programmato, sposa la sua fidanzata Daniela, ragazza  sobria ed elegante,  ma dividerà con lei una vita piatta, del tutto priva di emozioni, di dialogo e soprattutto d’amore, anche se lui non se ne rende conto. Il matrimonio, dopo 14 anni,  sfocerà nel divorzio.

Marco, sempre irrequieto ed alla continua ricerca di risposte che non vuole trovare, si trasferisce a Londra dove apre con un socio un ristorante italiano: in questa attività si rivela finalmente capace di fare qualcosa, sa gestire ed amministrare il locale ed i suoi collaboratori, è bravissimo perfino a cucinare. Continua però a rifiutare di fare scelte e proprio per questo motivo non vuole legami stabili, solo storie brevi e non impegnative.

Tutto va, ma nessuno in questa storia si sente soddisfatto  di come tutto stia andando: in realtà quella perdita ormai lontana di una vita che era stata serena e, soprattutto, il ricordo indelebile della mamma, della sua bellezza prima e della sua sofferenza dopo, non li abbandona ancora ed ognuno, a modo suo, continua a tormentarsi.

Marco e Andrea si incontreranno di nuovo per accudire il padre malato, anche lui per  una malattia degenerativa, e lo accompagneranno con amore e dedizione fino all’ ultimo viaggio. Durante il suo ritorno a casa, Marco ritrova ancora una volta Isabella, la sua prima fidanzatina, reduce da una separazione e diventata mamma di Mathilde. Questa volta Marco capirà che è l’unica donna che abbia veramente amato. Questa volta non rifiuterà di fare la sua scelta.

Il papà, poco prima di morire, rivela a Marco il suo segreto, terribile ed inconfessabile, che si era tenuto nascosto nel più profondo dell’anima per lunghissimi anni lasciandosi lacerare dal dolore e dal rimorso. Sarà proprio quel segreto doloroso ad unire di nuovo Marco e Andrea che finalmente accetteranno con gioia e consapevolezza quell’essere fratelli che per anni avevano ignorato. Si ritroveranno in una nuova dimensione, legati per sempre da ciò che hanno scoperto; si sentiranno finalmente liberati da tanti dubbi, da tante incomprensioni e cominceranno a vivere la loro età adulta.

Diverse e tutte ugualmente importanti solo le tematiche affrontate in questo libro: la famiglia, il rapporto tra genitori e figli, il rapporto tra fratelli, la perdita di una persona cara e l’elaborazione del lutto, la casa, il lavoro, le scelte di vita, sempre difficili, perché scegliere, come per Marco, significa rinunciare a qualcosa che ci lasciamo dietro. Ed ancora Il matrimonio, il tradimento, l’amore e i ricordi, schegge di vita vissuta che ci appartengono per sempre, anche se un po’ sbiaditi. Infine, un ultimo importante argomento che non possiamo e non vogliamo rivelare per permettere ai nostri amici lettori delle Medaglie d’Oro di viaggiare tra le pagine di questo libro e di arrivare fino in fondo con la certezza di avere proposto una buona lettura.

Il libro è uscito ad ottobre del 2013 ed in una intervista rilasciata al Corriere della Sera  Fabio untitledVolo  così lo descrive: “Parla di una famiglia. Di due fratelli, uno che non sceglie mai, l’altro che ha già deciso tutto. Sono brandelli di vita quotidiana. Cose piccole. Molto umane. Eroiche” .

Volo (a destra) non ha bisogno di presentazioni, è un autore affermato ed apprezzato dai più. La sua semplicità e la sua scorrevolezza nel descrivere i fatti della vita rendono la lettura dei suoi libri estremamente piacevole. Ricordiamo alcune delle sue opere più importanti: Il Giorno in più (2007); Il tempo che vorrei (2009); Le prime luci del Mattino (2013)

Come per i libri precedenti, l’autore ha realizzato da solo la copertina del libro.

 

UNA DODICENNE CONTRO LA BARBARIE NAZISTA

Storia di una ladra di libri” di Markus Zusak, illustrato da T.White, tradotto da G.M.Giughese, Editore Frassinelli

 

http://www.sperling.it/images/sperling_it/a_590/590978882005HIG_227X349_exact.JPGGermania 1939: Liesel Meminger ha 12 anni quando vede morire il fratellino. Subito dopo il funerale intravede un libriccino seminascosto nella neve e lo raccoglie; forse è stato perduto dai custodi del cimitero del piccolo borgo di provincia, comunque scampato al rogo di testi degenerati voluto dai nazisti. La piccola Liesel non esita e lo tiene con sé, probabilmente come qualcosa di consolatorio al grave lutto subito. Inizia proprio da qui il suo amore per i libri.

La giovane protagonista di queste pagine, abbandonata dalla madre che è stata  costretta ad espatriare per le sue idee politiche, viene adottata da nuovi genitori, Rose e Hans Huberman, persone molto sensibili e generose, e proprio grazie alla pazienza del padre adottivo Liesel impara a leggere e scrivere (i nazisti, infatti, hanno impedito lo sviluppo di qualsiasi tipo di lettura ed acceso ovunque  roghi, alimentandoli con le pagine di tutti i libri che sono  riusciti a trovare, riducendo in cenere il  futuro culturale delle nuove generazioni).

Liesel ormai ha imparato a leggere e ad amare i libri e cerca in tutti i modi di salvarli dal loro triste destino. Ogni qualvolta, infatti, ci sono libri in pericolo, la coraggiosa ragazzina interviene, spingendosi a sottrarli persino dalla biblioteca della moglie del sindaco.

Quando i genitori adottivi nascondono in cantina il giovane ebreo Max  Vandenburg, sfuggito ai rastrellamenti nazisti, quest’ultimo, colto e sensibile, saprà completare la formazione di Liesel, insegnandole a cogliere nella lettura delle parole il loro pieno significato, la loro essenza, ad intuire verità recondite, ad espandere la conoscenza, a crescere più dei suoi 12 anni e lasciarsi alle spalle quell’adolescenza così scomoda, in un periodo in cui tutto intorno a lei è spazzato via, tutto è dolore e morte. Ed è proprio la Morte la voce narrante di questa storia.

La cultura, quindi, contro ogni genere di degrado, contro una realtà di orrori inenarrabili, contro una vita invivibile e inaccettabile, contro uno scempio che non può e non deve andare avanti.

Il libro è stato tradotto in 30 lingue con il titolo “La bambina da salvare” ed è rimasto tra i best sellers del New York Times per 7 anni.

Dal libro è stato realizzato recentemente un film diretto da Brian Percival, ma non ha ottenuto critiche molto positive, nonostante un cast di tutto rispetto. Del resto una cosa è scrivere, altro è riuscire a ricreare perfettamente le stesse atmosfere che si possono assaporare nelle pagine di un libro.

 

LA DECENNALE AMICIZIA TRA UN PROFESSORE

E UNA FIERA CREATURA A QUATTRO ZAMPE

Il lupo e il filosofo. Lezioni di vita dalla natura selvaggia”, di Mark Rowlands, Arnoldo Mondadori Editore, 2009 Milano.

 

Per circa undici anni il gallese Mark Rowlands, docente di filosofia, misantropo al limite dell’asocialità con una forte propensione per le bevute in solitudine, vive con un autentico lupo. Per circa undici anni l’uomo antepone il suo amico a quattro zampe a tutto.

Descrizione: Descrizione: rowlandsDal momento che acquista Brenin (re in gallese) ancora cucciolo grazie ad un’inserzione su un quotidiano, la vita del filosofo cambia per amore e rispetto del fiero animale, dal quale accetta tutto. Accetta che gli distrugga l’interno dell’auto e l’arredo della casa in virtù del rapporto esclusivo che ha stabilito con lui dal quale sono praticamente esclusi uomini e donne, con cui Rowlands (a fianco) ha soltanto relazioni funzionali (lezioni all’università, alle quali partecipa anche Brenin accucciato sotto la cattedra, e fugaci incontri erotici con rappresentanti dell’altro sesso).

Per amore di questa creatura selvaggia, di cui in ogni momento della decennale convivenza ammira senza riserve l’indomita fierezza e la disinteressata lealtà, il filosofo cambia più volte residenza (Stati Uniti, Gran Bretagna, Irlanda) per finire in Francia, dove seppellirà il lupo.

Da questa esperienza totalizzante ed istruttiva (non a caso il sottotitolo è Lezioni di vita dalla natura selvaggia) Rowlands ha tratto un libro di filosofia (semplice, comprensibile anche a chi è poco avvezzo a seguire il pensiero di Platone o Kant), nel quale elabora una originale teoria sulla differenza tra la scimmia e il lupo. La scimmia è ingannatrice, meschina, rancorosa e vendicativa mentre il lupo è un animale schietto, fiero, incapace di fingere. Insomma, un animale nobile. E per il filosofo gallese gli uomini si dividono in scimmie e lupi, tra i quali, ovviamente, lui si colloca per affinità elettive.

I libri sugli animali che convivono con gli uomini sono ricchi di aneddoti, divertenti o commoventi; non ne mancano nemmeno in quello di Rowlands, anche se però vi prevalgono i momenti di riflessione sull’amore-dovere che si deve provare ed assumere quando si stabilisce un legame con chi è più debole di noi, più indifeso.

Il lupo e il filosofo si chiude con la morte di Brenin, seppellito in Linguadoca (Francia); mentre sta scrivendo queste pagine finali (le più toccanti) l’autore apprende che la sua nuova e non fugace compagna lo farà diventare padre di un bambino, al quale darà il nome del suo amato e rimpianto fratello selvaggio.

 

LA STORIA DI UNA FAMIGLIA VENETA

DURANTE LA BONIFICA DELL’AGRO PONTINO

Canale Mussolini”, di Antonio Pennacchi, Arnoldo Mondadori Editore, 2010 Milano

 

Protagonista del corposo romanzo (più di 450 pagine) di Antonio Pennacchi è la famiglia di contadini veneti  che, vessata da un latifondista della zona (la pianura padana tra Rovigo e Ferrara), si trasferisce nell’Agro Pontino, dove è in corso la bonifica delle paludi.

I Peruzzi, questo è il nome della famiglia, ottengono un podere in cambio del loro impegno nella titanica (l’enfatico aggettivo è mutuato dalla retorica mussoliniana) opera di risanamento voluta dal regime fascista di quel territorio ostile infestato dalla malaria.

Le vicende della famiglia s’intrecciano con quelle dell’Italia in un arco di tempo che va dal primo decennio del Novecento allo sbarco degli alleati ad Anzio nella seconda guerra mondiale.

Descrizione: Descrizione: pennacchiL’epico romanzo, con il quale Pennacchi (nella foto) ha conquistato il Premio Strega 2010, ha incontrato molti consensi, ma anche altrettanti dissensi.

Noi, ad esempio, siamo tra quelli che non hanno apprezzato particolarmente Canale Mussolini. A nostro modesto avviso è prolisso, eccessivamente didascalico, in molti casi semplicistico e banalizzante, soprattutto nella ricostruzione di una parte così importante della storia patria che ancora oggi divide gli italiani.

Inoltre, l’artificio letterario di inventare una narrazione di tipo colloquiale (la storia è raccontata in prima persona da don Pericle Peruzzi, figlio di Armida, moglie di Pericle - l’ardimentoso leader del clan - e forse del cugino Paride che, come l’omonimo eroe omerico, sarà causa della rovina della famiglia veneta) infarcita di espressioni dialettali (venete, ovviamente) a lungo andare finisce per essere stucchevole, se non addirittura pesante. E’ vero che dell’espediente del linguaggio inventato si sono serviti e si servono illustri autori (tra cui, ad esempio, Camilleri), però ci sembra che nel caso di Pennacchi ci sia una forzatura eccessiva non supportata dalla brillantezza e dalla lievità dell’estro creativo.

Tuttavia, soprattutto per chi ha interesse per quella porzione della regione laziale (a noi delle Medaglie d’Oro anche abbastanza conosciuta perché meta di alcune delle nostre gite sociali) e per quel periodo tormentato della nostra storia, Canale Mussolini non può mancare nella libreria di casa.

 

NON CONOSCE CONFINI LA FORZA DIROMPENTE DELLA GAFFE

Papaveri & papere”, di Maurizio Caprarica,  Sperling & Kupfer Editori Spa 2009.

 

Gaffe, ovvero atto goffo, indelicato o inopportuno, topica, svarione, lapsus.

Gaffe, ovvero il terrore degli attori, dei presentatori e, perché no?, anche dei potenti.

E proprio ad “una breve storia universale delle gaffe dei potenti” Antonio Caprarica dedica il divertente “Papaveri & Papere”, il cui titolo è quello della canzone portata al successo dall’indimenticata Nilla Pizzi agli inizi degli anni Cinquanta dello scorso secolo ed allora entrata persino nel repertorio di un big della lirica, il tenore Beniamino Gigli.

Grazie al suo lavoro di giornalista (dopo aver collaborato a “l’Unità” e a “Paese Sera” è entrato in Rai, diventando prima corrispondente dal Medio Oriente, poi da Mosca, Londra e Parigi, quindi ricoprendo l’incarico di direttore di Radio Uno e dei Giornali radio), Caprarica ha avuto modo di raccogliere un florilegio delle gaffe più eclatanti dei vip dello spettacolo, dello sport, della cultura, della politica, della scienza e dell’arte. Delle gaffe, per intenderci, dei rappresentanti del potere in senso lato.

Descrizione: Descrizione: bongiorno Nella rassegna degli habitué della battuta fuori luogo compaiono il principe consorte Filippo d’Edimburgo (un autentico “gaffeur cronico”), suo figlio Carlo, di professione erede al trono d’Inghilterra, Mike Bongiorno (il popolare e compianto presentatore sulla gaffe, involontaria o no, ha costruito una carriera e una leggenda), “er pupone” per antonomasia, al secolo Francesco Totti (anche in questo caso il sospetto di una certa volontarietà è molto forte), il mitico allenatore lumbard Giovanni Trapattoni, in perenne lotta con la grammatica e la sintassi vuoi italiane vuoi tedesche o vuoi inglesi, la coppia mondana (calcio e canto) David Beckam e Victoria Adams, la coppia reale di Spagna, il presidente francese Nicolas Sarkozy e quello statunitense George W. Bush (famoso anche per la spiccata predilezione per il turpiloquio) nonché due esponenti di primo piano della Russia post caduta del muro di Berlino, Boris Eltsin e Vladimir Putin.

Dalle figuracce, sempre spassose e talvolta davvero imbarazzanti, non si salvano nemmeno due personaggi apparentemente insospettabili, come papa Giovanni Paolo II e papa Benedetto XVI.

Il capitolo finale, però, è riservato ad un genio della topica: Silvio Berlusconi. A proposito del quale Caprarica cita la seguente lettera pubblicata sul Financial Times del 5 gennaio 2009: “Nel suo delizioso articolo ‘In Spagna la gaffe è ora forma d’arte’, Victor Mallet sostiene che ‘la Spagna è ora in gara con la Casa Bianca e Buckingham Palace per la leadership nella gaffe’. La competizione fra i tre è certamente notevole. Ma la leadership mondiale? Certamente il romano Palazzo Chigi non ha confronti”.

Come dargli torto? Con le gaffe di Berlusconi si riempirebbe un libro intero, per forza di cose, invece, Caprarica si limita a poche pagine, riportando soltanto quelle più esplosive. Si va dai “commenti sessisti che avrebbero fatto la rovina di un politico inglese o americano” alle corna fatte alle spalle del  ministro spagnolo nella foto di gruppo, dalla proposta di raccomandare ad un produttore cinematografico il nome del capogruppo socialista europeo Martin Schultz (figlio di un perseguitato dalle SS) per il ruolo di kapò in un eventuale film sui lager nazisti a quella di inviare Striscia la notizia a Yasser Arafat, che gli aveva chiesto una tv per la Striscia di Gaza. D’altra parte, commenta il nostro autore, il Cavaliere “le gaffe non cerca di evitarle ma le corteggia, le provoca, le usa politicamente come nessun altro leader italiano prima di lui (e forse nemmeno straniero)”.

Insomma, un libriccino da leggere e gustare tutto d’un fiato.

 

E’ PARTITO DALL’AFRICA

IL LUNGO CAMMINO DELL’EVOLUZIONE DELL’UOMO

Umani da sei milioni di anni”, di Biondi e Richards, Carocci Editore, Roma 2009.

 

Gianfranco Biondi, docente di Antropologia nell’Università de L’Aquila, e Olga Richards, docente di Antropologia molecolare nell’Università romana di Tor Vergata, dove dirige anche il Centro dipartimentale di Antropologia molecolare per lo studio del Dna antico, in meno di 200 pagine ricostruiscono la complessa storia evolutiva dell’uomo cominciata ben sei milioni di anni or sono.

Quattro sono gli eventi scientifici fondamentali sui quali basano la loro documentatissima ricostruzione. Il primo è la tassonomia, ovvero la classificazione degli esseri viventi attraverso “la nomenclatura binomia in lingua latina” esposta dal naturalista svedese Carl von Linnné (Carlo Linneo) nel XVIII secolo. Pur essendo un convinto assertore del creazionismo, la dottrina secondo la quale l’origine dell’universo e di tutte le sue realtà si deve all’intervento divino, Linneo collocò l’uomo nel medesimo ordine zoologico delle scimmie e delle scimmie antropomorfe (gorilla, scimpanzé e orango).

Il secondo evento scientifico lo individuano nella “presa di coscienza da parte dei naturalisti”, avvenuta all’inizio del 1800, che i fossili non sono bizzarre conseguenze “dell’azione delle forze naturali”, ma resti di organismi animali o vegetali giunti a noi da un passato lontanissimo.

Il terzo è la teoria dell’evoluzione per selezione naturale di tutti gli esseri viventi, tra cui Descrizione: Descrizione: 2darwin l’uomo, descritta dal naturalista inglese Charles Darwin (a fianco) nel suo libro “L’origine delle specie”, pubblicato nel 1859. Con la rivoluzionaria teoria, elaborata dopo l’esperienza di una spedizione attorno al mondo a bordo della nave Beagle durata ben cinque anni, Darwin escludeva le “cause soprannaturali dalla nascita, dalla modificazione e dalla scomparsa delle forme viventi”.

Il quarto ed ultimo evento scientifico è l’antropologia molecolare (il nome fu proposto alla comunità scientifica nel 1962 dal biologo Emile Zucherkandl), figlia diretta del recente e rapido sviluppo delle biotecnologie. Grazie, infatti, all’applicazione di tali tecniche nell’antropologia e, di conseguenza, all’analisi molecolare del Dna dei fossili è stato possibile appurare con la dovuta “autorevolezza”, ad esempio, il “tempo di divergenza della linea umana da quelle delle antropomorfe africane (com’è ormai stato accertato, i primi uomini sono nati in Africa), la “modalità di origine della nostra specie Homo sapiens” e “la non esistenza di razze umane”, con buona pace di chi pervicacemente crede ancora nell’esistenza delle razze ariana, nera, gialla o ebrea.

Un libro interessantissimo che, nonostante la scientificità con la quale il tema dell’evoluzione umana è trattato (prima delle bibliografia finale c’è un utile glossario per permettere la comprensione di espressioni non proprio di uso comune), regala momenti di grande suggestione, come la descrizione di una “passeggiata preistorica” di antenati ominini (non è un refuso di ominidi, ma il termine con il quale ora si indicano i primissimi appartenenti alla specie umana) avvenuta 3,6 anni fa nell’odierna Laetoli, in Tanzania. Lasciamo la parola agli autori: “Quelle tracce erano state lasciate da piedi nudi, proprio come avviene quando si passeggia sul bagnasciuga di una spiaggia. Le impronte del tallone e dell’alluce erano ben marcate e indicavano un’andatura sicura. Inoltre, quella dell’alluce era parallela all’incavo lasciato dalle altre dita e chiaro era pure il segno dell’arco plantare, tutte prove che il piede era umano. Le impronte disegnavano due percorsi distanziati tra loro circa 30 centimetri ed erano state lasciate da un individuo grande, uno più piccolo e uno più piccolo ancora che aveva calcato quelle maggiori. Sorretti da una buona dose di fantasia, potremmo supporre che si trattava di due genitori con il proprio piccino che si divertiva a mettere i piedi là dove li aveva messi il padre”.

 

PIU’ CHE UN GIALLO UN ROMANZO DI STORIA ATTUALE

La rizzagliata”, di Andea Camilleri, Sellerio editore Palermo, 2009.

 

Da sei settimane tra i top ten dei libri più venduti in Italia, l’ultimo romanzo di Camilleri è uscito prima in Spagna dove ha ottenuto un notevole successo con il titolo “La muerte de Amalia Sacerdote”.

Descrizione: Descrizione: larizzagliata Non c’è il “televisivo” commissario Montalbano, ma c’è l’assassinio della figlia di un onorevole, di cui viene incriminato il fidanzato, a sua volta figlio di un autorevole esponente di un altro partito. Ci sono pubblici ministeri alla guida delle indagini della polizia, c’è l’informatissimo informatore capace d’inventare soggetti “fantascientifici” che sono poi in realtà la fotografia o l’anticipazione degli accadimenti in corso e, soprattutto, c’è la presenza minacciosa e cupa della mafia.

Un giallo, dunque, come quelli di cui è protagonista Montalbano? Non proprio. L’autore, in una nota a fine libro, definisce la sua ultima fatica narrativa un “romanzo storico, anche se di storia contemporanea, attuale”. E l’attualità davvero non manca nelle duecento e passa pagine, scritte nel consueto, godibilissimo siciliano reinventato. C’è la redazione del Tg regionale con le solite notizie diffuse dopo il filtro dell’opportunità (od opportunismo?) e dell’equilibrio politico, ci sono le pesanti ingerenze dei poteri forti, i passaggi di pacchetti azionari incomprensibili per i non addetti ai lavori, quindi per la maggioranza dei comuni mortali, gli “inciuci” tra partiti apparentemente ostili, le carriere accelerate o distrutte dalla politica, i soliti equilibristi che sanno tenersi lontano dai guai e quelli che si credono furbi, ma poi finiscono per lasciarci le penne. Insomma, non manca niente di quanto accade giornalmente intorno a noi.

E, infine, c’è il deus ex machina, il pescatore che, con calma e abilità, lancia in mare il rizzaglio; la rete si apre come un ombrello e, appesantita dai piombini che vi sono appesi, cala verso il fondo. Dopo un congruo tempo, il pescatore tira una corda e il rizzaglio si richiude con i pesci poco avveduti che vi sono rimasti dentro: la rizzagliata, appunto.

 

ESISTE IN NATURA UN ANIMALE PIU’ BESTIALE DELL’UOMO?

L’avvocato degli animali…e del cane”, di Giorgio Celli, Alberto Perdisa editore - Airplane Srl, Bologna 2004.

 

A chi è amante degli animali e non l’ha letto ancora, consigliamo questo libretto scritto cinque anni fa da Giorgio Celli. Ricordate Celli? Piccolo e barbuto, una sorta di bonario gnomo, per molte stagioni ha condotto un programma televisivo di divulgazione scientifica sugli animali. Quella di conduttore televisivo (e anche radiofonico) non era e non è, però, la sua sola attività. Scrittore di saggi scientifici, di teatro e di poesie, per alcuni anni parlamentare europeo e consigliere al comune di Bologna, attore a tempo perso (tra l’altro ha figurato tra gli interpreti de “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone”, un film di Pupi Avati del 1975), la professione “vera” di Celli è quella di etologo e docente universitario.

In poco più di 100 pagine, impreziosite dalle splendide illustrazioni di Alessandro Lecis e Alessandra Panzeri, l’autore passa in rassegna le feroci vessazioni alle quali l’uomo, di gran lunga l’animale più crudele esistente in natura, sottopone squali, delfini, serpenti, volpi, cani, gatti, coccodrilli e quanti altri servano ai suoi scopi.

 Per giustificare tanta crudeltà si sono trovate - e ancora si trovano, nonostante una maggiore diffusione della sensibilità animalista - mille giustificazioni (alimentari, venatorie, Descrizione: Descrizione: zamediche e così via), che puntualmente Celli smonta con piglio scherzoso, ma sferzante. Nella sua arringa di avvocato difensore delle bestie (ma chi è più bestiale dell’uomo?), arriva persino a “riabilitare” le zanzare (nell’immagine a sinistra), attribuendo loro la funzione di “sentinelle biologiche” in grado di ammonirci “sulla salubrità dei corpi idrici intorno a noi”. Questi molesti insetti, se vengono a mancare i pesci, loro predatori naturali, perché uccisi dall’inquinamento delle acque provocato dall’insensata attività umana, si moltiplicano a dismisura, assumendo così il “ruolo di virtuali indicatori biologici”.

Insomma, un’autentica “chicca” da leggere in un fiato e da meditare a lungo.

 

LA RICOSTRUZIONE DEL MASSACRO DELLE FOSSE ARDEATINE

IN UN DOCUMETATISSIMO SAGGIO STORICO

Morte a Roma”, di Robert Katz, Gruppo editoriale il Saggiatore Spa, Milano 2004.

 

Il 23 marzo del 1944, alle 15 e 45, un boato scuote via Rasella, la centralissima strada romana che da via del Traforo va a via delle Quattro Fontane. Un potente ordigno, nascosto in un carrettino della nettezza urbana, è scoppiato mentre sfila, com’è ormai abitudine, l’XI Compagnia del III Battaglione dell’SS Polizei Regiment Bozen. Nell’attentato, compiuto da 12 partigiani dei Gap (Gruppi di azione patriottica delle Brigate Garibaldi) muoiono 33 militari delle truppe d’occupazione germaniche e due civili.

La rappresaglia tedesca è terribile. Hitler, furibondo, dopo farneticanti minacce di radere al suolo Roma, ordina di uccidere 50 romani per ogni militare morto. Dopo una serie di ordini e contrordini, le autorità tedesche di stanza nella capitale italiana decidono di uccidere “soltanto” 10 romani per ogni soldato caduto nell’attentato partigiano e incaricano il Descrizione: Descrizione: k colonnello Herbert Kappler (nella foto scattata nel 1945 dagli alleati) e il suo più diretto collaboratore, il capitano Erick Priebke, di organizzare e eseguire la rappresaglia.

Non passano nemmeno 23 ore che in una vecchia cava dismessa sulla via Ardeatina, tra le catacombe di san Callisto e quelle di Domitilla, vengono trucidate e ammassate una sull’altra 335 persone (5 in più rispetto a quanto inizialmente previsto), perlopiù prelevate dal carcere di Regina Coeli e dal tristemente famoso comando di via Tasso. Tra le vittime: esponenti della resistenza militare monarchica, partigiani, antifascisti civili, ebrei e, per arrivare al numero di 330 (poi superato, come abbiamo visto), anche detenuti per reati comuni.

 In “Morte a Roma”, pubblicato per la prima volta nel 1967 e riedito poi nel 1994 con una nuova introduzione, Robert Katz, giornalista e scrittore, analizza questa scellerata vicenda della II guerra mondiale, passata alla storia come “il massacro delle Fosse Ardeatine”, utilizzando (e citando) moltissimo materiale documentale e numerose testimonianze, Descrizione: Descrizione: katzalcune del tutto inedite.

Con il suo libro Katz (a sinistra) non soltanto assolve il dovere di ricordare e di non far cadere l’oblio su uno dei crimini più orrendi commessi in Italia dai nazisti e dai fascisti (le autorità romane fedeli alla Repubblica di Salò collaborarono alacremente con gli occupanti, tranne rare eccezioni, ad attuare la rappresaglia), ma fa anche giustizia di una serie di distorsioni storiche, alcune fatte circolare proprio per screditare gli attentatori e con loro il movimento partigiano tutto.

Ne citiamo un paio. La prima: non pochi hanno detto e scritto che i 12 partigiani con la bomba di via Rasella uccisero dei semplici “riservisti”, non destinati ad azioni belliche, compiendo quindi un’inutile strage. Ebbene, il III Battaglione del Reggimento di Polizia  Bolzano era stato formato nel 1943 con reclute del Sud Tirolo e a Roma era sotto il comando del più alto ufficiale della polizia e delle SS di stanza in Italia. La missione del III Battaglione, scrive Katz, era quella di reprimere con  qualsiasi mezzo gli oppositori all’occupazione tedesca e alla nuova edizione del fascismo di Mussolini. L’XI Compagnia era venuta a Roma per prepararsi a questo compito e la sfilata che quasi ogni giorno compiva passando per via Rasella aveva anche lo scopo di intimorire la cittadinanza, pertanto l’attentato dei gappisti fu una vera e propria operazione di guerra contro chi occupava con le armi quella che doveva essere una “città aperta”.

Descrizione: Descrizione: via_rasella_fosse_ardeatine La seconda: al contrario di quanto alcuni ancor oggi ritengono, mai furono affissi nelle strade della capitale editti tedeschi o delle autorità romane per invitare gli attentatori a costituirsi in modo di evitare l’uccisione di innocenti al loro posto. Com’è dimostrato dalla ricostruzione della dinamica dei fatti, non ci fu tempo, tant’è che il Messaggero del 25 marzo del 1944 pubblicò: “Il comando tedesco ha perciò ordinato che per ogni tedesco assassinato 10 comunisti badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito”.

Un cenno biografico sull’autore di questo documentatissimo saggio storico, scritto però con il ritmo serrato d’un romanzo nel quale le vicende belliche s’intrecciano con quelle umane.

Katz, nato a New York nel 1933 e residente in Toscana da molti anni, è specializzato sulla II guerra mondiale, in particolare sugli eventi accaduti in Italia. Ha scritto libri e saggi, da alcuni dei quali sono stati tratti dei film di cui lo stesso Katz ha redatto la sceneggiatura. Proprio da “Morte a Roma” è stato girato nel 1973 “Rappresaglia”, di George Pan Cosmatos, con Richard Burton, Marcello Mastroianni, Anthony Steel, Renzo Montagnani e Renzo Palmer. Anche “Cassandra Crossing” del 1976, come il precedente diretto da George Pan Cosmatos, con Sophia Loren, Richard Harris, Ava Gardner, Burt Lancaster, Alida Valli, Ingrid Thulin e Lou Costel, è stato ripreso dall’omonimo romanzo dello scrittore statunitense.

 

UN VIAGGIO NELLA MEMORIA DI UNA MADRE E DI UN FIGLIO

SI INTRECCIA CON LE VICENDE DI UNA CITTA’ DILANIATA DALLA GUERRA

Venuto al Mondo”, di Margaret Mazzantini, Mondatori 2008.

 

Torna in libreria Margaret Mazzantini, vincitrice del Premio Strega nel 2002 con “Non ti muovere” (2 milioni di copie, record di vendite per un libro italiano), e conquista il Premio Campiello 2009.   

Descrizione: Descrizione: castellittoCon “Venuto al Mondo” l’autrice, dal 1987 sposata con l’attore Sergio  Castellitto (a fianco), ci porta a Sarajevo in un viaggio nel passato per ritrovare la storia di un figlio tanto voluto e tanto difficilmente ottenuto.

Pietro, questo figlio oggi sedicenne, manifesta tutte le difficoltà e le intemperanze dell’adolescenza e anche l’insofferenza per una madre, Gemma, che, con l’occasione di una mostra fotografica in cui nella capitale della Bosnia-Erzegovina si celebra l’arte di Diego, l’amato marito, gli vuole a tutti i costi presentare un padre sconosciuto.

La storia si dipana nella memoria delle vicissitudini personali di Diego e di Gemma, alla ricerca di una maternità negata, che si intrecciano con le vicende del terribile assedio di Sarajevo, che la Mazzantini descrive con occhio fotografico, restituendo al lettore forti emozioni.

Bellissime e intense le pagine che raccontano la nascita di Pietro, la fuga di Gemma dai luoghi della guerra e lo straniamento dovuto al ritrovarsi nei paesi della pace. E ricordando il passato nell’incontro con gli amici di ieri, quelli che hanno condiviso la tragedia, finalmente la verità per tanti anni celata. Chi è Pietro?

 

JANE AUSTEN, LA GRANDE SCRITTRICE INGLESE,

PROTAGONISTA DI TRE GIALLI STORICI

 

La narrativa gialla, che può vantare autori di prestigio e di grande popolarità (soltanto per fare alcuni nomi basti pensare a Conan Doyle, Edgar Wallace, Agata Christie, Ellery Queen, Descrizione: Descrizione: stoutGeorge Simenon, Rex Stout (nella foto), Andrea Camilleri), si suddivide in numerosi generi. Tra questi, probabilmente sull’onda del successo mondiale ottenuto da Umberto Eco con “Il nome della rosa” ambientato nel Medio Evo e pubblicato nel 1980, quello “storico” sta incontrando un consenso che, per il momento, non conosce flessioni.

Ecco, quindi, impegnati a far luce su crimini efferati e a scovare spietati assassini sull’esempio del frate francescano Guglielmo da Baskerville de “Il nome della rosa”, un grande sacerdote nell’Egitto dei faraoni; un ricco patrizio con il laticlavio di senatore nella Roma dell’imperatore Claudio e, sempre a Roma, ma al tempo di Vespasiano e Tito, uno scalcagnato investigatore di professione, disilluso, con il vizio di alzare il gomito, permanentemente in bolletta, però rigorosamente incorruttibile; un brillante erudito a Colonia verso la fine del XIII secolo; un frate nell’Inghilterra medievale, emigrato poi dalle pagine del mistery al Descrizione: Descrizione: fratello piccolo schermo (ricordate i telefilm con “Fratello Cadfael”, con Derek Jacobi, qui a fianco, nel ruolo del protagonista?); ancora nell’Inghilterra medievale un’erborista-dottoressa; sul finire del XVI secolo un guaritore di maiali a Genova; un poliziotto piemontese a Roma pochi anni dopo la Breccia di Porta Pia; nella Londra vittoriana sia un investigatore privato, che si avvale della collaborazione e dell’affettuosa amicizia di un’intrepida infermiera, sia un ispettore di polizia (nel corso del tempo i suoi meriti lo porteranno a ricoprire la carica di sovrintendente), aiutato nelle indagini dalla moglie, dalla cognata e da una lontana parente acquisita, appartenente alla più altolocata ed esclusiva aristocrazia inglese.

Per chiudere questa carrellata di investigatori dei tempi passati, ricordiamo un libraio a Parigi mentre il XIX secolo sta per terminare e la Ville Lumière è insanguinata da una serie di attentati terroristici.

Descrizione: Descrizione: 225px-GodfreyKneller-IsaacNewton-1689 L’interesse dei lettori verso questo genere di narrativa del tutto particolare probabilmente è stimolato, più che dalla consueta sfida di scoprire il colpevole prima che il suo nome venga svelato alla fine del libro, dall’accuratezza della descrizione degli usi e dei costumi dell’epoche nelle quali i romanzi in questione sono ambientati. D’altra parte, non di rado i loro autori sono degli storici di professione o degli studiosi del tempo che fu, divenuti scrittori di gialli per diletto (ben ricompensato, se le vendite li premiano).

C’è un altro ramo del mistery storico che vede, come insoliti (e improbabili) protagonisti, non investigatori creati dalla fantasia dei giallisti, e quindi in realtà mai esistiti, ma famosissimi personaggi che, nel corso dei secoli, con il loro ingegno hanno dato lustro all’arte, alla scienza e alla filosofia.

Come in precedenza, ne citeremo soltanto alcuni: Aristotele, Archimede, Dante Alighieri, Pico della Mirandola, Leonardo da Vinci, John Fielding (il giudice cieco fratello dello scrittore Henry, autore del celebre romanzo “Tom Jones”), Wolfgang Amadeus Mozart, Giacomo Casanova, Isaac Newton (nella foto in alto), Edgar Allan Poe.

A questa schiera di nomi illustri si è ora aggiunto quello di Jane Austen, la grande scrittrice inglese morta nel 1817 a soli 42 anni, cui si devono capolavori come “Senso e sensibilità”, “Orgoglio e pregiudizio” ed “Emma”. L’Austen è l’eroina-investigatrice di tre romanzi - “Jane e il mistero del Reverendo”, “Jane e la disgrazia di Lady Scargrave” e “Jane e il segreto del medaglione”  - della statunitense Descrizione: Descrizione: stephanie_09Stephanie Barron (nella foto), pubblicati dalle edizioni Tea. Anche per questi tre gialli il crimine e la ricerca di chi l’ha compiuto passano in secondo piano; il lettore è attratto, piuttosto, dal tentativo della Barron - abbastanza riuscito anche se, per ovvi motivi, il modello è inarrivabile - di ricreare l’eleganza dello stile, la raffinatezza dei dialoghi, il delicato umorismo, la ricerca delle verità del sentimento celate sotto la rigidità delle buone regole del costume e della morale della borghesia e dell’aristocrazia della provincia inglese degli inizi del XIX secolo, tipici degli scritti dell’Austen.

Una curiosità: Stephanie Barron, newyorchese di nascita e laureata in storia dell’Europa, per quattro anni ha lavorato nella Cia in qualità di Intelligence Analyst per l’unità antiterrorismo.

Oltre a questi tre romanzi, ne segnaliamo altri tre, scritti da un’altra statunitense, Bebris Carrie: “Orgoglio e preveggenza”, “Le ombre di Pemberley e “Sospetto e sentimento”, Descrizione: Descrizione: 1tutti editi da Tea. Anch’essa fervente estimatrice dell’Austen (i titoli appena citati lo confermano inequivocabilmente), la Carrie (a sinistra) è andata più volte in Inghilterra per studiare più accuratamente la vita e le opere della scrittrice inglese, dalla quale ha preso in prestito gli investigatori “dilettanti” dei suoi tre (per il momento) gialli storici: a scoprire i colpevoli di turno sono, infatti, due giovani sposi, Elizabeth Bennet e Fitzwilliam Darcy, già protagonisti (indimenticabili) di “Orgoglio e pregiudizio”. Anche per lei vale lo stesso discorso fatto per la Barron: più che la trama contano le atmosfere e l’ambientazione, efficacemente tratteggiate dall’autrice, socia attiva della “Jane Austen Society of North America”.