Un sodalizio pensato ed attuato per porre l’esperienza dei lavoratori anziani a disposizione di quelli più giovani e per attivare iniziative culturali, sociali, turistiche e conviviali in grado di promuovere e consolidare l’aggregazione e l’amicizia anche con i colleghi non più in servizio.


 

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STAGIONE 2016 - 2017

 

In lode del cinepanettone (1

NATALE A LONDRA - DIO SALVI LA REGINA

Regia: Volfango De Biasi

Cast: Pasquale Petrolo, Claudio Gregori, Paolo Ruffini, Nino Frassica, Eleonora Giovanardi (Italia 2016)

locandina dio salvi Il Duca (Ninetto Davoli, sotto a sinistra), rispettato boss della malavita romana, è nei guai con Equitalia e, attraverso il proprio braccio destro (Sergio Di Pinto), incarica il figliastro Erminio (“Lillo” Petrolo) di andare a Londra a riscuotere un vecchio debito dal Barone  (Frassica) che gestisce un loro ristorante.

Erminio non è una cima ed è stato sempre aiutato nelle imprese criminali dal fratellastro Prisco (“Greg” Gregori), che però, dopo aver scontato una pena, addossandosi un reato del padre, è tornato mite e legalitario e ora fa la guida dei boy scout; Erminio, per coinvolgerlo, inventa un’urgenza clinica per il padre in fin di vita.

davoliIl Barone,intanto, ha i suoi guai e, quando i due fratelli arrivano al ristorante, lo trovano alle prese con il gangster con una mano meccanica, Mike the Hammer (Vincent Riotta), che dà a tutti una settimana per consegnargli il milione d  i sterline che il Barone (il soprannome lo deve alla sua specialità di baro, ma ora ha perso la mano) ha perso al gioco.

giovanardiLa volitiva figlia di questi, Anita (Giovanardi), dopo aver fatto fuoco e fiamme per il guaio il cui il padre l’ha cacciata, decide - anche perché è innamorata sin da bambina di Prisco - di aderire al piano di rapire i cani della Regina (Patricia Ford), che tutti i venerdì, accompagnati da un Lord (David Brandon), vanno a mangiare nel ristorante, di fronte al loro, Monica & Enzo (Monica Lima e Enzo Luppariello: gli Arteteca).

 Lo chef Vanni (Ruffini), innamorato di Anita (a fianco), ma incapace di dichiararsi, viene spedito dai rivali in veste di talpa e alla banda si uniscono il Barese (Uccio De Santis), depositario di tutti i congegni utili a qualunque crimine, e U’ Mago (Enrico Guarneri), scassinatore con un grande estro ipnotico.

Prisco, nel frattempo, grazie ad un colpo in testa, è ritornato se stesso ed è pronto all’azione. Il piano ha, però, un problema: quella settimana si festeggia il compleanno dei cagnetti reali e loro e i loro amici banchetteranno a corte; per fortuna, Sua Maestà vuole che siano, per l’occasione, lillo e greg servite le famose polpette, così Monica, Enzo e Vanni vanno a Buckingham Palace, in un cafonissimo landò, cui si aggregano, quali lacchè, Erminio e Prisco (a sinistra).

Vanni mette del sonnifero nelle polpette, i cani si addormentano e, mentre U’ Mago distrae gli ospiti, Anita si dichiara veterinaria, il rapimento viene portato a termine e la banda si accampa nel barcone sul Tamigi del prestigiatore. Qui una telefonata del padre a Erminio fa capire a Prisco di essere stato ingannato e lui, indignato, se ne va, seguito da Anita che, all’improvviso, lo bacia, rendendosi conto di non amarlo affatto, se non come un fratello.

I due tornano alla chiatta e la trovano piena di poliziotti: i due ristoratori napoletani, dopo essere stati interrogati, avevano cominciato a sospettare di Vanni e, seguendolo, avevano scoperto tutto e chiamato Scotland Yard. La perquisizione però non ha esito: i cani non sono lì.

frassicaDopo il sollievo iniziale, i nostri non sanno che pensare, ma l’arrivo improvviso del Duca chiarisce tutto: consapevoli dell’impossibilità di ottenere un riscatto dalla  Regina, lui e il Barone (qui a lato) hanno venduto i cani per un milione a Mike, che ha pronto un ricchissimo cliente cinese che vuole mangiarseli. Prisco, però, si ribella: lui è tornato un duro, ma non permetterà quello scempio; Ermino, Anita e Vanni lo seguono.

Nel covo di The Hammer, Anita e Vanni vengono catturati e chiusi in una cella frigorifera, dove si dichiarano reciproco amore, mentre Prisco ed Erminio, dopo aver sgominato a cazzotti (Erminio li ha solo presi) la banda, sono, a loro volta, intrappolati. Arrivano, però, i nostri - Duca, Barone, Barese e U’ Mago armati fino ai denti - che liberano i ragazzi e i cani. Sua Maestà, infine, è diventata intima di Monica ed Enzo (i suoi cagnetti hanno messo incinta la loro bastardina) e potrà, per il discorso di fine anno, sfoggiare, al posto di uno dei soliti cappellini, uno smagliante chatouche arcobaleno.

de laurentiisCominciata nel 1983 con Vacanze di Natale, la serie delle commedie natalizie prodotta da Aurelio De Laurentiis (a fianco) è andata avanti, anno dopo anno, con successo; nel 2012, però, Aurelio (che aveva avvertito i primi scricchiolamenti) ha dato una svolta al genere, lanciando in Colpi di fulmine, l’ultimo diretto per lui da Neri Parenti, la coppia Greg e Lillo (fino a quel momento attiva prevalentemente in teatro e in radio), più moderna ma anche fruibile per progetti a costi più contenuti. Gli incassi, infatti, cominciavano a diminuire, da un lato,per naturale stanchezza ma, dall’altro, per eccesso di offerta di commedia - e non solo nel periodo natalizio.

artetecaLe produzioni italiane, da qualche anno, salvo poche eccezioni, hanno un mercato sempre più ristretto e la soluzione a molte produzioni - anziché sforzarsi di identificare un pubblico di riferimento e, semmai, differenziare e cercare mercati anche esterni al nostro - è apparsa quella di usare i registi e gli sceneggiatori (nati con tutt’altra vocazione) con i quali erano soliti lavorare per mettere in cantiere, alla bell’e meglio, tante commedie, nella consapevolezza che, con ogni probabilità, qualche soldo d’incasso in più sarebbe arrivato (rispetto al quasi niente di tanti film pseudo-impegnati) e che la Rai e, soprattutto, le banche - quasi unico finanziatore in chiave di tax-credit esterno - sarebbero intervenute per un genere, i cui esiti potenziali sono certamente più facilmente dimostrabili. Risultato: da un paio di anni ogni settimana esce nelle sale una commedia, in una logica tutta nominalistica e autoreferenziale, senza nessuna reale attenzione al botteghino (tanto il film è già pagato).

de biasiEcco così che questo Natale sono usciti ben 6 simil-cinepanettoni, che si cannibalizzano a vicenda. Un peccato per Natale a Londra (vale anche per Poveri ma ricchi) che, nel suo genere, è un buon prodotto, con una bella attenzione a idee di  cast: gli Arteteca (sopra) sono ben usati, Davoli è una simpatica presenza e Guarneri è una bella scoperta (per il cinema: il teatro siciliano lo conosce benissimo); De Biasi (a lato), poi, ci mette di suo un piglio da cinefilo degli anni ’80, cita le scazzottate di Spencer e Hill e, tira fuori dal cilindro il minidivo degli horror di quegli anni David Brandon e il coatto Sergio “er Parrucca” Di Pinto. Soprattutto, però, un peccato per una cinematografia che va complessivamente in decadimento.

 

A noi piace Clint

Sully

Regia: Clint Eastwood

Cast: Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura Linney, Anna Gunn, Autumn Reeser (Usa 2016)

locandina sullySiamo a New York nel gennaio del 2009 e il comandante ChesleySullySullenberger (Hanks, sotto la locandina), insieme al suo secondo pilota Jeff Skyles (Eckart, in basso a sinistra), si prepara all’incontro con la commissione della NTSB (l’agenzia americana che indaga sugli incidenti nei trasporti): deve convincerli che il difficilissimo e rischiosissimo ammaraggio di fortuna da lui effettuato il 15 gennaio nel fiume Hudson fosse stata la scelta migliore dopo che i due motori del suo aereo erano stati resi inservibili da uno stormo di anatre.

L’opinione pubblica è tutta con lui e lo considera un eroe: ha salvato tutti i passeggeri con una manovra che piloti provetti considerano tecnicamente impossibile.

sully 2 I membri della commissione - guidata da Charles Porter (Mike O’Malley), Ben Edwards (Jamey Sheridan) e Elizabeth Davis (Anna Gunn) - lo attaccano subito, sostenendo che tutte le simulazioni al computer dimostrano che l’aereo avrebbe potuto benissimo atterrare in un aeroporto vicino, come gli era stato indicato dall’addetto alla torre di controllo Brian Kelly (Wayne Bastrup); in gioco ci sono non solo in rischi che la sua manovra comportava, ma anche gli interessi della compagnia aerea e dell’assicurazione (il velivolo è rapidamente affondato nel fiume).

sully 3 Sully è sicuro di aver fatto la scelta migliore:  glielo testimonia la riconoscenza dei 155 passeggeri che si sono salvati - una giovane mamma (Reeser) con il suo bambino, un padre (Christopher Curry), un figlio (Sam Huntington) e un loro amico (Max Adler) golfisti saliti sull’aereo all’ultimo minuto, una donna (Marcia De Bonis) che, vinta dal panico, si era gettata nel fiume ed era stata ripescata appena in tempo, le hostess Diane (Valerie Mahaffey) e Doreen (Molly Hagan), tra i tanti - così come le interviste in suo favore con Katie Couric (lei stessa) e David Letterman (lui stesso).

sully 4 Ma anche l’entusiasmo di semplici cittadini: un infervorato taxista egiziano (Ahmed Luncan), un barista (Michael Rappaport), che aveva creato un cocktail in suo onore, e l’addetta (Purva Bedi) alle pubbliche relazioni dell’albergo, che, nell’accoglierlo, non può fare a meno di abbracciarlo.

Lui, però, è angosciato e nelle telefonate con la moglie Lorraine (Linney), pur tentando di tranquillizzarla, traspaiono i suoi tormenti, finché non impone alla commissione di affidare le simulazioni a veri piloti e non solo a fredde macchine. All’udienza decisiva lui e Jeff, accompagnati dal loro rappresentante legale Larry Rooney (Chris Bauer), assistono in diretta ai test, che però sembrano dar ragione alle tesi dei loro detrattori, quando Sully tira in ballo il “fattore umano”: quei piloti sanno cosa sta accadendo ed agiscono meccanicamente sully 5 (dopo, si chiarirà, ben 21 prove); lui, invece, ha dovuto riflettere per 208 secondi e dopo agire.

Vengono concessi solo 35 secondi di pausa ai piloti dei test, ma sono sufficienti a mostrare che ogni tentativo di convergere verso un aeroporto sarebbe sfociato in una strage. Questo, e l’ascolto della registrazione dei minuti che precedevano la decisione di ammarare, fanno chiudere l’inchiesta con Edwards e la Davis che dichiarano di essersi trovati al flint coburncospetto di un eroe.

 Il titolo di questo mio pezzo è mutuato dal secondo episodio delle ironiche avventure spionistiche dell’Agente Flint (interpretato da James Coburn, a fianco), perché non trovo niente di più giusto che tributare ammirazione e riconoscenza per l’ultimo, grande regista americano. Intendiamoci; il cinema degli Stati Uniti ha, e avrà, bravi registi (anche sublimi registi), ma la grande scuola di Ford, di Hawks, di Hataway ha un solo erede: lui, Clint Eastwood (qui sotto).

Sully - tratto dal libro autobiografico del pilota, scritto con il giornalista Jerrrey Zaslow -eastwood non è solo un racconto epico di un episodio realmente accaduto; è una summa della poetica di Eastwood: non a caso, l’incidente e lo spettacolare salvataggio occupano uno spazio limitato del racconto, che è invece incentrato sullo scontro tra l’eroe solo e la burocratica commissione. Qui Sully è Gunny, è il reduce di Gran Torino, è il giornalista ubriacone di Fino a prova contraria, è la madre disperata di Changeling, è tutti quegli eroi solitari e caparbi (fino ai soldati anonimi del doppio Flags of Our Fathers e Lettere da IwoJima), cui Clint dà una dimensione omerica; tanto è suo e personale il racconto che, pur nella formale adesione ai fatti accaduti, il confronto con la NTSB ci arriva ampliato e, di fatto, distorto: nella realtà l’inchiesta era un atto dovuto e apparvero chiari da subito i meriti di Sully. 

Eastwood ha 86 anni ma, pur rimanendo fedelissimo alla propria ispirazione, non rinuncia a sperimentare: qui affida al suo bravissimo direttore della fotografia Tom Stern il compito di girare nel recentissimo formato IMAX con splendidi risultati e, per la prima volta, dirige Tom Hanks, che aggiunge alla sua galleria uno splendido, nuovo eroe piccolo borghese. Magari non lo si è capito, perciò ripeto: a noi piace Clint.

 

Triste umorismo in parrocchia

Non c'è più religione

Regia: Luca Miniero

locandina non c'è...Cast: Claudio Bisio, Alessandro Gassmann, Angela Finocchiaro, Nabiha Akkari, Giovanni Cacioppo (Italia 2016)

Nell’isoletta di Porto Buio ad ogni Natale viene allestito un presepe vivente, ma l’unico bambino del paese, Lupo (Giuseppe Fiale), è troppo grande e troppo grasso per interpretare Bambin Gesù.

Il sindaco Cecco (Bisio) - che è tornato e si è fatto eleggere dopo aver tentato fortuna politica al nord - propone una soluzione: si chieda un bambino alla comunità islamica che vive dall’altra parte dell’isola.

Il parroco, Don Mario (Massimo De Lorenzo), la suora, levatrice (finché nascevano bambini) e pizzaiola, Marta (Finocchiaro) e, soprattutto, il panettiere Aldo (Cacioppo) sono contrari: Gesù non lupopuò essere incarnato da un bimbo mussulmano.

I tentativi di far dimagrire Lupo (a lato) falliscono e i tre, insieme al sindaco, vanno ad incontrare gli islamici, che sono guidati da Bilal (Gassmann), un loro compaesano, che si è convertito per amore della bella Aida (Akkari) e si è cambiato il nome (tutti lo conoscevano come Marietto).

Tra Marietto, Marta e Cecco c’è un’evidente acredine: da ragazzi erano amicissimi, ma Cecco aveva baciato Marta, di cui Marietto era innamoratissimo. Un po’ per far pagare l’antico torto, un po’ per vendicarsi del razzismo dei paesani e un po’ per trarre profitto dalla situazione, Bilal pone, via via, varie condizioni: il nipote Alì (Mehdi Meskar), che lavora in nero nella pizzeria di Suor Marta, dovrà essere messo in regola, il presepe dovrà seguire alcune regole coraniche (non potrà, ad esempio, figurarvi San Giuseppe: essere padre di un figlio altrui è un disonore), che fuori dalla mangiatoia  campeggi una palma, che il razzista Aldo prepari anche pane arabo e, poiché il bambino prescelto è il  suo nascituro, ad Aida spetterà il ruolo della Madonna al gassmann -mariettoposto della madre di Lupo, Addolorata (Paola Casella), fino a quel momento Madonna titolare.

A queste, poi, si aggiunge la richiesta che tutti i portabuiesi rispettino il ramadan, ma Cecco, dopo aver faticosamente convinto gli altri, rompe il digiuno con una pizzetta che aveva sequestrato a Lupo; per riparare, la chiesa dovrà ospitare anche gli oranti mussulmani.

Sul piano privato, Cecco e Marietto (a fianco) hanno qualche problema: il primo è in ansia per la figlia, Maddalena (Laura Adriani), che è andata a studiare a Londra; l’altro non riesce a rappacificarsi con la madre (Nunzia Schiano), che, da quando si è convertito, si è chiusa in una casa di riposo e gli manda, per dispetto, pacchi di salumi.

finocchiaro-martaI tre vecchi amici, ogni tanto, ritrovano sprazzi dell’antico affetto e le cose sembrano procedere, ma una telefonata di Aldo fa arrivare il vescovo (Roberto Herlizka) e il suo segretario (Giovanni Esposito) a supervisionare lo strano presepe; le nuove aperture della Chiesa li inducono, però, a dare il loro placet.

A pochi giorni dal Natale, Maddalena torna incinta e non vuole dire il nome del padre. Cecco (qui sotto) si convince che questi sia Alì e, per ripicca, decide che il suo futuro nipote sarà il Bambinellbisioo e lo comunica con asprezza a Bilal e ad Aida.

Maddalena, però, è buddista e così il presepe subisce nuovi mutamenti: al posto della palma ci sarà il dio Ganesh e tutti i figuranti saranno vestiti di arancione.

Durante la prova generale Maddalena ha le doglie e Marta (sopra, a sinistra), che è accorsa chiamata da Alì, comunica che sarebbe meglio operare un cesareo; l’isola non ha un ospedale e il traghetto è appena partito; la barca degli islamici funge così da sala parto. Nasce, accolto festosamente da tutti, un bambino orientale.

minieroNon c’è più religione sembra essere una sorta di summa di tutti gli errori che il frenetico proliferare di commedie italiane porta con sé; primo fra tutti, l’affannosa ricerca di temi e soluzioni assolutamente e conformisticamente buoniste, ma la commedia non è questo; anni fa Moravia scriveva, con un evidente paradosso, che l’umorismo è sempre reazionario: chi vuole cambiare il mondo non ama compiacersi, ridendo, degli errori della società che vuole riformare (con questa scusa, peraltro, i dirigenti del Pci. querelavano i satirici che osavano criticarli).

Se questa affermazione è, appunto, paradossale, è però vero un suo corollario: non si può ridere e far ridere se si hanno troppi paletti moralistici e di bon ton. Miniero (e con lui Sandro Petraglia - non proprio uno scrittore buontempone- e il blogger  Astutillo Smeriglia) ha buttato giù una sceneggiatura nella quale il massimo del coraggio sono delle affettuose battute (da sacrestia appunto!) sulla nuova chiesa di papa Francesco e il temine “kebabbari” in bocca al razzista Aldo.

cacioppoPer associazione d’idee viene in mente il laidissimo, sconvenientissimo, sublime bancarellaro ebreo disegnato da Sordi in Fortunella di De Filippo: a nessuno venne  in mente di sospettare Eduardo (o Fellini, Flaiano e Pinelli che lo scrissero insieme a lui) di razzismo; Albertone era perfetto e tanto bastava!

Miniero (in alto) viene da tre grandi successi, Benvenuti al sud, Benvenuti al nord e Un Boss in salotto, che (a parte la perfetta sceneggiatura di Giù al nord, del quale il primo era un intelligente remake-fotocopia), però, contavano su Siani (che le risate se le porta da casa) e sulla Cortellesi in stato di grazia. Bisio, Finocchiaro e Gassmann sono ottimi attori, ma funzionano se gira nel verso giusto il testo; non è un caso che le poche risate arrivino da un geniale comico puro come Cacioppo (qui sopra). Averlo scelto è, già di per sé, un gran merito.    

 

Brutti, sporchi e buonisti

I magnifici sette (The Magnificent Seven)

Regia: Antoine Fuqua

Cast: Denzel Washington, Chris Pratt, Ethan Hawke, Vincent D'Onofrio, Lee Byung-Hun  (Usa 2016)

Locandina I magnifici setteGli abitanti di Rose Creek, un piccolo centro contadino, sono riuniti in chiesa per decidere il da farsi perché il ricchissimo padrone dell’adiacente miniera, Bartholomew Bogue (Peter Sarsgaard, a sarsgaard ne i magnifici 7destra), li minaccia con i suoi killer affinché se ne vadano e gli cedano le loro terre per 20 dollari a testa.

Quand’ecco che proprio Bogue arriva con i suoi scherani, che ammazzano alcuni dei partecipanti alla riunione. A sua volta il padrone della miniera dà fuoco alla chiesa e, quando il colono Matthiew Cullen (Matt Bomer) si ribella, lo uccide a sangue freddo.

Ipratt  magnifivi setten un saloon di un centro vicino, dove il baro e pistolero Josh Farday (Pratt, a sinistra) sta giocando a poker, arriva Sam Chisolm (Washington, sotto a destra), guardia giurata e ufficiale di pace di una decina di stati (una sorta di bounty-killer con licenza), che affronta ed uccide il barista (David Kallaway), omicida ricercato che si era data una nuova identità; Josh, istintivamente, estrae la pistola e lo protegge dagli denzel magnifici 7amici del barista.

La vedova di Cullen, Emma (Haley Bennett, in basso a sinistra), che era partita  con il compaesano Teddy Q (Luke Grimes) per cercare qualcuno che li proteggesse, gli offre una magra - ma per loro, ridotti alla miseria da Bogue, enorme - ricompensa. Il pistolero accetta e, di lì a poco, dopo avergli ricomprato  il cavallo perso al gioco, recluta Josh.

I quattro partono per cercare altri mercenari: Sam convince il fuorilegge messicano Vasquez (Manuel Gracia-Ruffo), ricercato per omicidio, ad essere della partita (in cambio lui lo cancellerà dai suoi elenchi); dopo poco si unirà a loro il bestione Jack Horne (D’Onofrio), mentre Josh, avendo visto l’orientale Billy Rocks (Byung-Hun) uccidere con un coltello per scommessa un cow-boy (Ritchie Montgomery) armato di pistola e il leggendario ex-ufficiale sudista Goodnight  Robicheaux (Hawke, sotto a destra), suo amico e protettore, raccogliere le vincite, li invita a nome di Sam, vecchio amico del militare - Goodie per gli amici - a venire con loro. I due accettano, anche perché Goodie è convinto che in ballo ci siano molti più soldi della misera paga EMMApromessa.

Mentre sono in cammino, incontrano l’indiano Red Harvest (Martin Sensmeier) e Sam, che parla un po’ di comanche, recluta anche lui.

Ora sono 7 e quando arrivano al villaggio, lo sceriffo Harp (Dane Rhodes) - al soldo di Bogue -  li aspetta con una torma di armati; nella scontro, ne uccidono 22 (tutti fanno fuoco tranne Goodnight, che è come paralizzato dall’angoscia) e, scovato lo sceriffo, che si era nascosto all’inizio della sparatoria, lo mandano dal suo padrone, sfidandolo a venire ad  affrontarli; Harp, terrorizzato, esegue e Bogue, dopo averlo ucciso, si prepara a mettere insieme un piccolo esercito.

hawke  magnifici 7I 7 addestrano al combattimento gli impreparatissimi contadini  (solo Emma ha una qualche dimestichezza con fucili e pistole), congegnano trappole per rendere più arduo il compito agli assalitori e rubano armi e dinamite dal deposito della miniera.

Red Harvest, che era partito in ricognizione, dopo due giorni torna per avvertirli che Bogue e i suoi arriveranno all’alba del giorno dopo. La sera Goodnight va via, confessando a Sam le proprie paure: se ne vergogna, ma è convinto che se sparerà ancora lo attenderà una morte orribile.

fuquaBogue arriva la mattina dopo con decine di pistoleri ma, grazie anche alle ingegnose trappole, i primi scontri vedono la decimazione degli scherani (non è estraneo al successo il ritorno di Goodie che uccide decine di avversari prima di morire assieme a Bill).

Il proprietario della miniera ha però in serbo un’arma segreta: una potente mitragliatrice che sembra avere la meglio sui nostri eroi, quando Josh si lancia contro il mitragliere (Jackson Beals) e, pur crivellato di colpi, riesce a far saltare l’arma con un candelotto di esplosivo.

La battaglia è vinta e Sam affronta Bogue che lo supplica di lasciarlo vivo; il pistolero ha con lui, però, un conto aperto: gli uomini del rivale avevano ucciso e violentato sua moglie e le sue figlie e perciò invita il crudele Bartholomew  a pregare prima di morire, ma sarà Emma a dargli il colpo di grazia. Anche Horne è morto dopo aver massacrato parecchi mercenari con la pistola, l’ascia e le mani nude e Sam, Vasquez e Red Harvest ripartono, salutati da eroi.

steve Fuqua (sopra) ha dichiarato di aver avuto presente, nel preparare il film, più I 7 samurai (1957) di Kurosawa de I magnifici 7 (1960) di Sturges (che ne era il dichiarato remake).

Questo spiega alcune delle differenze tra i due western: quello del ’60 era solare e i 7 - ma anche i loro nemici - erano fracassoni e simpatici, mentre questo è crepuscolare e gli eroi - tranne qualche battutina tra Vasquez e Josh - sono seriosi e portatori di ideali (il cattivo, poi, è una summa di tutte le figure negative del perfido capitalismo: addirittura esordisce con la frase: “Il capitalismo è Dio!” prima di massacrare i bravi contadini). C’è poi un versante d’impegno: Sam è nero - non è la prima volta che il cinema racconta di pistoleri di colore, da Invito ad una sparatoria  (1964) di Richard Wilson in poi - e alla fine si salvano solo lui, l’indiano e il messicano; la donna è, post-femministicamente, coraggiosa e, in qualche modo surroga i caratteri - il combattente-contadino - che negli altri due film erano affidati a Toshiro Mifune e a Horst Bucholz; per far spazio alla multietnicità dei protagonisti i due caratteri, presenti nel film di Sturges, il paranoico Lee/Robert Vaughn e l’avido Harry Luck/Brad Dexter, sono assommati nel pensoso Goodnight di Ethan Hawke.

Detto ciò, il film ha dei momenti piacevoli, solo che non si capisce perché si sia sentita la necessità di fare un pallido remake di uno dei capisaldi del cinema western, coburnal quale, ad esempio, Leone e Peckinpah si sono fortemente ispirati e che  ha lanciato i tre divi più significativi degli anni successivi: Steve McQueen (in alto a sinistra),  Charles Bronson e James Coburn (a fianco), affidandolo ad un regista più a suo agio nell’action con risvolti sociali (Training day, The equalizer, Attacco al potere).

Esempi di remake falliti di western storici non ne mancavano (vedi l’insopportabile Quel treno per Yuma di Mangold del 2007) e, di più, con la splendida eccezione del grandissimo Peckinpah, il western è morto da tempo e la deriva impegnata - iniziata con Soldato blu di Ralph Nelson del 1970 (che era stato visto come un parallelo tra la conquista del west e la guerra in Viet-Nam) - non ha fatto che accelerarne la decomposizione.

 

L’unica rivoluzione accettabile del ‘900: Revolution dei Beatles

The Beatles - Eight Days a Week

Regia: Ron Howard

Cast: Paul McCartney, Ringo Starr, John Lennon, George Harrison (Usa 2016)

Locandina The Beatles - Eight Days a WeekAi tempi di Happy Days i Beatles, in tour in America, erano andati sul set ma - ricorda Ron Howard protagonista della serie nel ruolo di Richie - non per lui: volevano conoscere Fonzie (Henry Winkler). L’incontro l’ha però segnato se 50 anni  dopo decide di girare su di loro il suo primo documentario.

Altre volte la televisione ha commissionato documentari su i Fab Four (What’s happening! The Beatles in the USA dei fratelli Maysles è un precedente del quale Howard ha certamente tenuto conto) ma, per la prima volta, ci viene raccontata dall’interno l’evoluzione del gruppo pop più importante della storia ed i Beatles ci arrivano con la loro genialità, ma pure con le loro fragilità, anche fisicamente; li vediamo ragazzi nei  primi due anni dei loro successi e precocemente adulti negli anni immediatamente successivi, logorati da un circo (sono loro stessi a definirlo così) che tendeva a mostrificarli (“freaks” è il termine con il quale George definisce se stesso e i suoi compagni).

ringo e paul Ci  sono interviste a Paul e Ringo (a sinistra), che - dopo anni di presa di distanza - rivendicano la forza del loro team,  dichiarazioni di George e John (sotto) che riportano alla musica il valore di fondo del gruppo e varie testimonianze di personaggi che avevano, come testimoni o semplici fan, partecipato a quel fenomeno e inserti nei quali appare il  geniale Richard Lester, con sequenze di A hard day’s night e Help!, i due deliziosi film nei quali li ha diretti.

Seguiamo i Beatles dalle prime esibizioni nelle cantine di Liverpool, alla dura gavetta di Amburgo, ai primi successi, ai massacranti - e alienanti (nel frastuono non sentivano le proprie voci e Ringo racconta di aver suonato basandosi sui movimenti del sedere degli altri tre e sul battito del piede di Paul) - tour americani, alla decisione di non esibirsi più in pubblico e di concentrarsi sulle harrisonregistrazioni - da qui nacquero Lp capolavoro, quali Revolver, Sgt.Pepper’s Lonely Hearths Club Band (il miglior album pop di sempre  per moltissimi critici) e The Beatles/White Album - fino al concerto di addio sul terrazzo della Apple il 30 gennaio del 1969, ripreso dal film Let it be.

La storia è puntellata da testimonianze di addetti ai lavori, quali il giornalista Larry Kane che, lennonventenne, li seguì nel loro primo tour americano, il critico Jon Savage, che non poté andare da ragazzino a sentirli perché i genitori glielo proibirono, Lou Costello, loro fan da bambino, frastornato dalla rivoluzione del loro album Rubber Soul.

Ci sono poi fan speciali: Whoopi Goldberg che, bambina, capisce che la loro musica è unificante; la storica Kitty Oliver che partecipò al loro concerto di Jacksonville - allora attraversata da manifestazione contro la segregazione - insieme a tanti ragazzini bianchi, perché i quattro inglesi avevano imposto - minacciando di far saltare la data - che non ci fosse apartheid durante la loro esibizione; la produttrice tv Debbie Supnik, che tredicenne - col suo nome Debbie Gendler - fu intervistata durante la loro apparizione all’Ed Sullivan Show; Sigourney Weaver, adolescente innamorata di John che si schiarì i capelli con la birra, sicura di essere notata dal suo amato in mezzo ad altre 15.000 ragazzine urlanti, e il compositore Howard Goodall, per il quale, nella storia della musica, solo Mozart può - per quantità di brani riusciti - essere paragonato a loro.

howardQuest’ultima testimonianza è la chiave del film: Ron Howard (a sinistra) ha gli strumenti giusti per raccontare il successo e l’amicizia (Cocoon, Apollo 13, Rush) e qui viene fuori la profondità del rapporto tra i quattro, ma anche con il manager Brian Epstein e con i produttori George Martin e Neil Aspinall.

Soprattutto, però, riesce - senza forzare il racconto - a far capire quale rivoluzione musicale (per primi i quattro inserirono stilemi d’avanguardia nella musica pop), industriale (il Lp, fino a quel momento pura raccolta di 45 giri di successo, con loro diventò la vera hit) e sociale (i giovani in quegli anni divennero una forza commerciale e di costume, come mai erano stati in passato) siano stati i Beatles.

Il ‘900 è stato teatro di rivoluzioni orrende e cruentissime: il fascismo, il nazismo e il comunismo; ben venga chi ci ricorda l’unica rivoluzione che ha coinvolto enormi masse migliorandole: la beatlesmania (come ci dice John in Revolution: “Tu parli di rivoluzione, bene, tutti vogliamo cambiare il mondo, ma quando mi parli di distruzione.. non contare su di me”).